Francesco_Hayez_008

Figurazioni femminili in poesia

(dal Medioevo al Romanticismo, con qualche salto nel mondo classico)

 

Becchin’amor!

Che vuo’, falso tradito?

Che mi perdoni.

Tu non ne se’ degno...   ( Cecco Angiolieri — «Becchin’amor!»)

 

Rosa fresca aulentissima, ch’appari inverso state…          

…Se di meve trabagliti, follia lo ti fa fare…   (Cielo D’Alcamo — «Contrasto»)

Le parole taglienti di Becchina nella poesia dialogata di Cecco Angiolieri e quelle dell’anonima Madonna nel Contrasto di Cielo D’Alcamo sono due rarissime voci femminili della lirica medievale italiana, nell’ambito di quella parodia del XIII secolo tesa a rovesciare, nel primo caso, tutti i caratteri propri dello Stilnovismo e, nel secondo, a schernire la lingua letteraria dei poeti siciliani della Corte di Federico II.

A partire dal Basso Medioevo, in Francia, l’evoluzione della condizione femminile permette alle donne di essere spesso protagoniste sia sul piano politico che su quello letterario: basti citare Christine de Pizan, eccezionale poetessa che celebra splendidamente un’eroica donna, Giovanna d’Arco, in linea con l’esaltazione delle virtù femminili ricorrente in tutta la sua opera.

Nulla di simile si verifica nell’ambito della poesia medievale italiana, dove le donne generalmente tacciono; non ne conosciamo le parole, i pensieri, la psicologia: il punto di vista prevalente è quello del poeta amante.

Se torniamo indietro nei secoli, nella latinità, rinveniamo lo stesso schema nella lirica di Catullo: dell’amata Lesbia si può azzardare l’identificazione con Clodia, sorella del tribuno Clodio, acerrimo amico di Cicerone. Quest’ultimo poi la rovinerà definitivamente in tribunale e lei sparirà dallo scenario sociale romano ma, qualora anche quest’identificazione fosse esatta, altro di lei non sappiamo, oltre che il giovane Catullo se ne innamorò perdutamente e la soprannominò Lesbia, per nobilitarla, equiparandola alla poetessa greca Saffo (dell’isola di Lesbo) per grazia e leggiadria.

Dai numerosi carmi che Catullo dedicò a Lesbia deduciamo che egli, per quanto più giovane dell’amata, avrebbe voluto da lei fedeltà, sincerità, la stessa dedizione che le offriva.

… Di magni, facite ut uere promittere possit,

atque id sincere dicat et ex animo,

ut liceat nobis tota perducere uita

aeternum hoc sanctae foedus amicitiae.  (Catullo — «Liber», Carme 109)

Grandi Dei, fate che lo prometta davvero

e lo dica sinceramente, col cuore,

e che possa durare tutta la vita

questo eterno patto d’amore. 

 

Per chiederle ciò non esitò a introdurre nella sua poesia termini solenni tratti dalla sfera sacrale e giuridica: Di magni: la sacra invocazione alle divinità; foedus: il patto inviolabile di alleanza fra Stati.

Era qualcosa di grande ciò che pretendeva il giovane poeta dalla sua donna e non credo fosse solo una finzione letteraria, come alcuni studiosi sostengono, basandosi sul fatto che questa relazione non prevedeva il matrimonio, essendo lei già sposata. Percepisco troppa partecipazione nel lirismo catulliano, per non essere esso espressione di sentimenti autentici.

In ogni caso Lesbia, donna colta, raffinata ma fatua, abituata ad avere molti amanti, disattese del tutto le di lui aspettative, portandolo dapprima ad una fase intermedia d’odio e amore, in cui restava la passione, ma non più l’affetto e la stima:

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

nescio, sed fieri sentio et excrucior. (Catullo — «Liber», Carme 85)

Odio e amo. Me ne potresti chiedere la ragione.

Non so, così accade e ne soffro.

E infine lo indusse a perdere ogni speranza e a staccarsi definitivamente da lei.

In tutta questa storia, tuttavia, conosciamo solo il punto di vista di Catullo: cosa pensasse lei, cosa veramente sentisse, perché non riuscisse a non essere così frivola e se questo le causasse sofferenza o no, se comprendesse il tormento del poeta o ne ridesse, tutto ciò non possiamo saperlo ma solo immaginarlo, ognuno a suo modo.

Nella Grecia antica la poetessa Saffo è una personalità unica ma, in questo caso, si tratta d’amore omosessuale: nel Tiaso, una sorta di scuola per fanciulle basata sul culto di Afrodite e diretta da Saffo, era naturale che nascessero legami d’amore fra maestra e allieve, legami poi infranti quando la fanciulla lasciava il Tiaso per sposarsi. Così nella famosa Ode II, «All’amata», conosciamo tutto il turbamento dell’amante, ma nulla del sentire della ragazza amata.

Torniamo al Medioevo, saltando ancora da un’epoca all’altra: come non pensare alla Beatrice dantesca?

Tanto gentil e tanto onesta pare

la donna mia quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua deven tremando muta,

e li occhi no l’ardiscon di guardare… (Dante Alighieri — «Vita nuova», cap. XXVI)

Gentile (aggettivo riferito alla nobiltà del sentire della donna, che emerge dal gesto) e onesta (riferito al decoro, riflesso di perfezione morale) pare, ovvero si mostra al poeta: egli la vede, la percepisce così, ma cosa veramente ci possa essere dietro quel pare penso se lo siano chiesto (e continuano a chiederselo?) generazioni di studenti, senza poter avere risposta. Beatrice ha un’identificazione abbastanza certa in Beatrice Portinari, detta Bice, maritata Bardi (Firenze, 1266 circa — 1290), ma nella poesia dantesca d’impostazione stilnovista non si esprime mai: cos’avrà pensato costei di Dante e della sua ammirazione per lei? Come l’avrà considerato? Fino a qual punto giungeva quella sua nobiltà d’animo e la tanto decantata soavità delle donne angelicate degli Stilnovisti?

Vedut’ho la lucente stella diana,

ch’apare anzi che ’l giorno rend’albore,

c’ha preso forma di figura umana;

sovr’ogn’altra me par che dea splendore:

viso de neve colorato in grana,

occhi lucenti, gai e pien’ d’amore;

non credo che nel mondo sia cristiana

sì piena di biltate e di valore.   (Guido Guinizzelli — «Vedut’ho la lucente stella diana»)

Enigmi sono dunque le personalità femminili in tutta questa poesia.

Certo, la Beatrice dantesca si esprime ripetutamente e ampiamente nella Divina Commedia, ma qui ci troviamo in un ambito diverso, quello del grande poema didattico–allegorico, dove anche altre figure femminili parlano con indimenticabili accenti, come Francesca e  Pia  De’ Tolomei. La funzione di Beatrice nella terza Cantica sarà analoga a quella di Virgilio nelle prime due, ovvero di guida e maestra di Dante. Gran parte della critica dantesca identifica la Beatrice della Commedia con il puro simbolo della teologia, un’allegoria ormai svuotata di significati umani, ma questa visione così unilaterale sembra dimenticare che Dante si riferirà a lei col termine donna, denso di significati stilnovisti e, al suo apparire nel canto XXX del Purgatorio, esclamerà come folgorato:

… Men che dramma

di sangue m’è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l’antica fiamma! 

(“Purgatorio”, XXX, vv. 46–48)

E infine Beatrice lo rimprovererà duramente d’averla dimenticata con un fremito d’innegabile umanità:

questi si tolse a me, e diesse altrui

(“Purgatorio”, XXX, v.126)

Alle soglie dell’Umanesimo incontriamo la Laura petrarchesca: forse la donna più enigmatica della lirica italiana. La sua identificazione è molto dubbia: Laura de Noves (13101348), una nobildonna italiana, sposa del marchese Ugo di Sade, probabilmente avignonese, ma c’è chi addirittura sostiene che non sia mai esistita e che sia stata soltanto un espediente poetico, perché Petrarca potrebbe far riferimento al Laurus (alloro), l’albero sacro al dio Apollo, protettore della poesia.

Nuovamente questa tesi non sembra sostenibile, per gli stessi motivi espressi in merito a Catullo. L’ispiratrice del Canzoniere petrarchesco ci appare quale una donna reale, terrena, non angelicata stilnovisticamente, sebbene stilizzata al massimo in uno stereotipo: ne intuiamo solo la bellezza, gli occhi cerulei e le chiome bionde.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi… (Francesco Petrarca «Canzoniere», XC)

E anche Laura cos’avrà pensato del povero Francesco sempre così sperduto fra dolore e rimpianto? Sarà sempre stata tanto altera, ritrosa e incurante, come egli ce la descrive?

In «Chiare fresche, e dolci acque» il Petrarca fantastica che, dopo morto, Laura, improvvisamente pietosa, pianga presso la sua sepoltura :

…Tempo verrà ancora forse

che all’usato soggiorno

torni la fiera bella e mansueta,

e là ove ella mi scorse

nel benedetto giorno,

volga la vista desiderosa e lieta,

cercandomi; e, o pieta!,

già terra in fra le pietre

vedendo, Amore la ispiri

in guisa che sospiri

sí dolcemente che mercé mi impetri,

e faccia forza al cielo,

asciugandosi gli occhi col bel velo… (Francesco Petrarca — «Canzoniere», CXXVI)

Ma Laura morirà prima di Francesco (egli ne scriverà le rime in morte): ancora una volta le aspettative del poeta amante verranno disattese e l’enigma sulla vera personalità dell’amata per i lettori si perpetuerà nei secoli.

Negli evi successivi le figure femminili acquisteranno spazio prima nei poemi cavallereschi, ad esempio l’Angelica ariostesca: donna agente e astutamente pensante, che imbroglia a suo genio i cavalieri pazzi d’amore per lei.

Compariranno poi nei romanzi d’epoca romantica: la timida Lucia manzoniana è una pura creazione letteraria che non trae ispirazione da una donna reale, ma di lei conosciamo tutte le sfumature, come della ben più vivace Pisana di Ippolito Nievo.

Inoltre indimenticabili figure femminili spunteranno qua e là nelle grandi liriche: ad illustre esempio,  «A Silvia» di Giacomo Leopardi:

Silvia, rimembri ancora

Quel tempo della tua vita mortale,

Quando beltà splendea

Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

E tu, lieta e pensosa, il limitare

Di gioventù salivi?

E non si creda, come erroneamente immaginano alcuni studenti, che la muta Silvia leopardiana sia stata il grande amore del poeta. La sua identificazione è quasi certa: Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi a Recanati, morta precocemente di tisi. Il poeta l’avrà guardata dalla finestra, avrà forse vagamente fantasticato su di lei, ma poi, dopo la sua morte, ne fece, in una poesia d’eterna bellezza, null’altro che il simbolo della speranza giovanile che fatalmente svanisce.

All’apparir del vero

Tu, misera, cadesti: e con la mano

La fredda morte ed una tomba ignuda

Mostravi di lontano.  (Giacomo Leopardi — «Canti», XXI, «A Silvia»)

Infine, la più grande figurazione femminile del Romanticismo: la Cassandra, del Foscolo. La incontriamo nella parte conclusiva dei «Sepolcri», dedicata a Omero ed al tema della poesia eternatrice. Non si tratta dunque d’un sonetto, d’una lirica per una misteriosa donna, bensì d’una figura femminile mitologica inserita nell’ambito d’un poemetto. Eppure, proprio qui, nel cuore della poesia romantica, troviamo finalmente una donna che veramente parla, che esprime la sua pena, il suo presentito lutto, la sua triste profezia sulla fine della propria patria, indicando la poesia come unica fonte d’eternità del ricordo, con accenti d’un lirismo assolutamente unico.  Certo, in questa figura si cela l’io lirico del poeta, il suo più profondo sentire, ma Ugo Foscolo è il mago delle illusioni e, nei suoi versi, sembra davvero d’udirla la voce mesta e commovente di Cassandra, laggiù, nella magnifica, fulgida Troia che sta per essere distrutta dagli Achei…

E voi, palme e cipressi che le nuore

piantan di Priamo, e crescerete ahi presto

di vedovili lagrime innaffiati,

proteggete i miei padri: e chi la scure

asterrà pio dalle devote frondi

men si dorrà di consanguinei lutti,

e santamente toccherà l’altare.

Proteggete i miei padri. Un dí vedrete

mendico un cieco errar sotto le vostre

antichissime ombre, e brancolando

penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,

e interrogarle. Gemeranno gli antri

secreti, e tutta narrerà la tomba

Ilio raso due volte e due risorto

splendidamente su le mute vie

per far piú bello l’ultimo trofeo

ai fatati Pelídi. Il sacro vate,

placando quelle afflitte alme col canto,

i prenci argivi eternerà per quante

abbraccia terre il gran padre Oceàno.

E tu onore di pianti, Ettore, avrai,

ove fia santo e lagrimato il sangue

per la patria versato, e finché il Sole

risplenderà su le sciagure umane. (Ugo Foscolo — «Dei Sepolcri», vv. 272–295).

 

 

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