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Oggi intervistiamo lo scrittore  Fabrizio Ago,  nostro collaboratore (recensore) per la rivista Espressione Libri (www.espressionelibri.it)

Parlaci di te, della tua vita in Italia e in Canada. 

Grazie Roberta, e grazie a Espressione Libri per questa opportunità che mi viene offerta, di raccontare un po’ di me e delle mie pubblicazioni.

Quando mi sono laureato, subito capii che la professione in Italia poteva essere praticata solo con grandi compromessi ed entrando nella cerchia di qualche gruppo politico. Preferii così prendere la via dell’estero, e in particolare andai a lavorare nell’Africa sub-Sahariana, pur mantenendo sempre Roma come base operativa. Sono poi approdato alla Cooperazione italiana allo Sviluppo ed ho preso a viaggiare di continuo tra medio Oriente, Cina, Sud-Est europeo. Diciamo che ho praticamente sempre avuto un piede sulla scaletta di un aereo.

Quando finalmente sono andato in pensione, ho ritenuto che fosse venuto il momento di cambiare vita.

Insieme alla mia compagna, ci siamo comprati una casetta a Procida, che considero il mio rifugio e la mia fonte d’ispirazione per i libri che scrivo.

Ma avevo anche il desiderio di allontanarmi dall’Italia, almeno per un periodo. Non mi riconoscevo più nel paese, per come si era trasformato e imbarbarito negli ultimi vent’anni.

Così siamo approdati in Canada, ormai da cinque anni. Certo qui tutto è ben organizzato e funziona, ma sono anche difficili i rapporti umani con i canadesi, almeno per noi abituati alla franchezza e alla cordialità. Loro invece hanno un concetto di privacy molto rigido, che a volte sconcerta. Ma abbiamo una bella casa, proprio nel centro di Toronto, e poi vi sono tanti posti da vedere e scoprire, e mi faccio sempre lunghe camminate tra boschi, laghi ed isolette e nell’insieme siamo ben contenti di questa nostra scelta.

In Italia ho comunque i miei fratelli, due figli e due deliziosi nipotini. Così almeno tre o quattro volte l’anno parto ed ho come tappe obbligate Roma, Napoli, Milano, Torino, oltre a Procida, dove vado sempre a rifugiarmi per qualche giorno.

Continuo poi a viaggiare per seminari, convegni, premiazioni, almeno due volte l’anno, sia in Italia che in paesi lontani, dalla Svezia, alla Cina, al Brasile.

Raccontaci della tua passione per i musei e la cultura che ti ha portato a ricoprire il ruolo di responsabile del Settore Patrimonio Culturale e di Mediatore Unesco-WIPO.

La protezione e valorizzazione del patrimonio culturale è un tema che mi ha da sempre affascinato, fin dai tempi dell’università. Iniziando a lavorare ho poi deciso di dedicarmi a tale settore, sia nel periodo africano, che poi quando entrai alla Cooperazione Italiana e ora che sono in pensione con la mediazione per conto dell’Unesco nei conflitti tra musei ed altre istituzioni pubbliche.

Alla Cooperazione avevo proposto la creazione di un settore per il Patrimonio culturale e, dopo alcune iniziali diffidenze, le mie idee vennero accettate.  I musei e le biblioteche sono praticamente sempre stati la mia passione. Così ero molto felice di potermi dedicare a loro anche progettandoli, studiandone ristrutturazioni e allestimenti, contribuendo a formarne il personale.

Purtroppo le cose non sempre sono andate come avevo auspicato. Al di là di indiscutibili successi le delusioni non sono mancate. Il progetto per il Museo archeologico di Teheran, ad esempio, è stato abbandonato in quanto non ospita collezioni islamiche, le uniche per l’Iran degne di essere preservate. A Xian le Autorità locali hanno cambiato il progetto per cinesizzarlo meglio.

Ma ciò che più mi rattrista è il non sapere cosa ne sia dei lavori effettuati ai Musei di Damasco ed Aleppo, in quella martoriata terra, abbandonata dalla comunità internazionale. La situazione è poi tanto diversa al Cairo od a Tunisi; ed Ebla esiste ancora?

Un’altra tua grande passione è la scrittura, che spesso ha come ambientazione i musei. Mi riferisco in particolar modo al tuo ultimo libro, Notte al Museo di Castelvecchio pubblicato nel dicembre 2012 con YouCanPrint.

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Sono da sempre stato affascinato dalla lettura e dalla scrittura; il mio lavoro mi lasciava tuttavia modesti margini da dedicare ai libri. Nel corso della vita professionale, ho quindi praticamente prodotto solamente manuali, dispense universitarie, testi monografici su siti archeologici o musei. Poi mi è venuto il desiderio di dedicarmi ad una scrittura “più leggera”.

Sono così nati i miei libri del periodo in pensione, in cui sempre il museo gioca un ruolo da protagonista.

Ho iniziato con una ricerca bibliografica su come il museo viene raccontato nei romanzi, nelle cronache di viaggio, nelle pièces teatrali. Che splendide giornate ho passato in biblioteche per questo. Sono poi seguiti due libri di ricerca ed interpretazione degli atti delittuosi che sempre più di frequente vengono commessi all’interno di musei, ben oltre quello, diciamo tradizionale. del furto di opere d’arte, e che vanno dall’omicidio, agli attentati ed alle intimidazioni mafiose, allo stupro, al traffico di droga, alla rapina dei visitatori.

La televisione e la stampa ci hanno abituato ad interminabili reportages su fatti di cronaca, spesso eccessivi e invasivi della privacy. Ma se il delitto riguarda un museo, allora giusto un trafiletto di poche righe. Ho così iniziato non solo a chiedermene la ragione, ma anche a tentare di proporre una ricostruzione della dinamica di quei delitti.

E nel raccontarla mi piaceva in particolare immaginare che i musei fossero in qualche modo in grado di comunicare con degli umani, dotati ovviamente di una particolare sensibilità.  Ma ancora non ero del tutto soddisfatto. Era alle opere esposte nei musei che avrei voluto dar vita.

Cercare di cogliere cosa loro provino, sentano, come guardino a noi umani, se con simpatia o con distacco, se con senso di complicità od all’opposto di grave disagio.

Pur rimanendo nell’ambito dei musei, ho seguito in fondo come una sorta di percorso di progressiva emancipazione rispetto alla saggistica pura. E Notte al Museo di Castelvecchio può a tutti gli effetti essere considerato il mio primo romanzo.

Cosa ti ha ispirato questa storia suddivisa in 9 capitoli, così particolare e inconsueta?

Quelli che ho citato erano gli aspetti su cui mi andavo concentrando, quando iniziò a maturare in me l’idea di questo libro su Castelvecchio.

Mi era capitato di andare due volte a Verona, e lì mi si era come accesa una lampadina. Innanzi tutto quello è un museo magico, con l’architettura medievale, misteriosa e armonica ad un tempo, meravigliosamente restaurata da Carlo Scarpa. Nella Sala Reggia, che subito mi rimase cara, sono poi esposte trenta opere, quadri e sculture gotiche del Tre e Quattrocento, tutte bellissime e nell’insieme ben conservate.

Loro sarebbero state i protagonisti del mio romanzo. Era abbastanza semplice immaginare che parlassero, anche che facessero commenti e persino pettegolezzi sui visitatori. Sì, ma poi cos’altro? Dovevo assolutamente sintonizzarmi con loro, studiandole una ad una, non per ammirane la fattura, ma per carpirne i segreti. Così tornai ancora diverse volte a Verona ed al museo e continuai a scrutarle attentamente, in un iniziale quadro di sospetto, che poi presto si mutò in affettuosa complicità e divertimento, da parte dei custodi.

Questo ovviamente comportò un armarmi di attenzione e disciplina, per vederli davvero quei quadri e quelle sculture, non solo guardarli; per ascoltare quello che avevano da rivelarmi, per carpirne i segreti.  E’ stata poi necessaria un’attenta ricerca storiografica sia sui personaggi rappresentati, che sul periodo in cui tali opere vennero dipinte o scolpite, ricerca da effettuare prima di guardarle ed anche dopo.

Intendevo pormi dalla loro parte, immedesimarmi nella loro dimensione, dando voce ai loro pensieri, sentimenti e ricordi. E questo sia nei rapporti che le opere intrattengono tra loro, che nel modo in cui loro vedono noi umani, o si sentono da noi guardate, con il nostro disinteresse, ma anche i nostri affanni e trepidazioni, in particolare in un periodo difficile come quello attuale.

Era poi abbastanza semplice immaginare che quei quadri, quelle sculture parlassero, anche che facessero commenti e persino pettegolezzi sui visitatori. Sì, ma poi cos’altro? Provavano dei sentimenti quelle opere d’arte? Potevano innamorarsi, covare nell’intimo un forte desiderio di fuga, vantarsi di proprie capacità e conoscenze, forse inventate, diffamarsi a vicenda? E come potevo immaginare che comunicassero? Che tipo di cultura avevano, a parte le due o tre opere sapientone, che ricordi e segreti nascondevano? E quando parlavano o ricordavano, i messaggi che trasmettevano erano quelli del personaggio rappresentato dall’opera d’arte, o quelli della stessa opera, per come era stata plasmata o dipinta da un mastro medievale?

Puoi delineare a grandi linee la trama del tuo libro? E qual è il suo insegnamento?

Vorrei ancora precisare che la Sala Reggia aveva finito per divenire lo scenario del romanzo, mentre protagonisti non erano delle persone, dei visitatori, bensì le opere che vi sono esposte e che la notte si animano. Ma in modo ben diverso da come accade nel film di Ben Stiller. Nel mio testo non si muovono, si limitano a dialogare tra loro.

Per il resto il romanzo non ha una sua particolare trama e la suddivisione in otto capitoli, oltre all’epilogo, è abbastanza casuale. Tutto si svolge in una sola notte di fine marzo, da quando il museo viene chiuso e le opere iniziano a prender vita, fino alla mattina successiva, quando i custodi lo riaprono e vengono colpiti da un’inquietante scoperta, che ovviamente non posso qui rivelare.

Quanto alla tua ultima domanda, non avevo certo la pretesa di proporre insegnamenti. Questo voleva essere solo un romanzo. L’obiettivo che mi ero posto era di dar voce a quelle opere. Questo mi aveva enormemente affascinato e le sensazioni ed emozioni che avevo provato, passando intere giornate in quella sala, avevo cercato di riversarle nel testo. Diciamo che in qualche modo mi ero fatto opera anch’io, ribaltando completamente la prospettiva che un visitatore ha quando entra in un museo.

Se poi il libro, per i riferimenti, le suggestioni che propone, come il periodo di Gesù in Tibet, le dissertazioni che alcune opere fanno sulla matematica e l’algebra, la capacità di alcune di calunniarsi e di amarsi, ma anche su cosa loro pensano di noi umani quando vi ci rechiamo, può lasciare un suo segno nei lettori che forse nella loro vita hanno anche visitato almeno un museo, saranno loro a doverlo dire. Per quanto mi riguarda l’intenzione comunque c’era.

Diciamo che se da domani ne ricaveranno un sentimento diverso, meno frettoloso e disinteressato, più diretto per le opere esposte nei musei, di simpatia, ma anche di fratellanza (se posso permettermi questo termine), allora il mio obiettivo sarà stato davvero raggiunto.

Grazie di essere stato con noi!

Ancora grazie a te e ad Espressionelibri. Vorrei anche aggiungere che se qualcuno è interessato, andando al mio blog: http://fabrizioago.blogspot.ca, può leggerne la sinossi, l’introduzione ed un capitolo del libro, come anche vederne il booktrailer.

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