Protopapas copertinaOggi ho il piacere e l’onore di farvi conoscere un bravissimo scrittore e un grande uomo. Lui è Michele Protopapas conosciamolo assieme.

 Ciao Michele è un piacere intervistarti. Parla un po’ di te ai nostri lettori.

Salve. Anche se chi mi conosce di persona forse non lo direbbe, in realtà sono una persona alquanto introversa e non mi è facile parlare di me (persino nei miei racconti preferisco usare la terza persone perché è più impersonale). In ogni caso la mia peculiarità da sempre è stata quella di non accettare mai qualcosa in quanto tale e di dover crearmi una mia opinione riguardo a tutto. Proprio per questo ho scelto i studiare ingegneria aerospaziale: dovevo capire come riuscissero a volare gli aerei, ma poi non mi è bastato più e ho iniziato a studiare filosofia per mettere in discussione le basi della Matematica e della Fisica (appartengo tra l’altro alla corrente dei finzionalisti, ovvero di coloro che pensano che la matematica sia solo un utile “finzione” ma che non vi sia in fondo nulla di “reale”). A parte questo credo di essere una persona alquanto ordinaria: seguo il calcio, mi piace la birra, gioco a poker e ascolto musica.

    Hai riscontrato una malattia poco conosciuta, la sindrome di Behcet. Ti va di parlarci della tua malattia? Come vivi con essa?

Si tratta di una malattia autoimmune che può provocare moltissimi sintomi e colpire quasi tutti gli organi, ma ogni paziente, in genere, ne sviluppa solo alcuni. Dal tipo di organo colpito e dall’intensità con cui viene colpito si determina la gravità della malattia. La sintomatologia comune è però quella di affaticamento, febbricola e aftosi. Per maggiori informazioni vi rimando all’associazione SIMBA Onlus, che fa realmente un grandissimo lavoro nell’aiutare i malati o chi è ancora in dubbio. Dato il mio carattere non mi va di parlare di come vivo nel mio intimo questa malattia, l’unica cosa che posso dirvi è che essendo cronica, anche se ci sono periodi di miglioramento e altri di peggioramento, non ci si può mai dimenticare di Lei.

    Nella premessa del tuo libro hai scritto che la malattia ha fatto sì che ti dedicassi alla scrittura. Come ti senti quando scrivi?

Ho iniziato a scrivere per la concomitanza di due fattori, entrambi legati alla malattia. La mia formazione culturale è di tipo scientifico e quindi non avrei mai pensato di dedicarmi alla letteratura (al liceo odiavo la letteratura italiana: odiavo la prof. di Italiano quando mi parlava di Dante e Pascoli, andava meglio con la letteratura inglese). Poi durante i primi anni della malattia ho iniziato ad annotare gli incubi che vedevo la notte, finita l’università, sempre a causa della malattia ho poi avuto alcune difficoltà nell’inserimento nel mondo del lavoro e per tale ragione ho iniziato a scrivere quei racconti. Lentamente, dopo aver ottenuto le prime approvazione da parte dei conoscenti, ho iniziato a prendere la scrittura sul serio e ho frequentato corsi di scrittura e ho partecipato a concorsi letterari.

Come mi sento quando scrivo? Leggo molti autori dire che si sentono liberi o che vivono esperienze trascendentali, per me, invece, scrivere è un lavoro (alla stessa stregua del mio lavoro di insegnante privato) e come tale spesso è pesante o snervante. La mia non è una scrittura istintiva, al contrario è ragionata e ogni racconto è come la dimostrazione di un teorema del quale lascio al lettore il compito di trovare la soluzione. Non dico che scrivere non mi regali le sue soddisfazioni, ma sono dello stesso tipo di quelle che si possono avere risolvendo un teorema di Matematica.

      Adesso parliamo del tuo libro, “I Racconti del Behcet”. Perché la scelta di usare nel titolo il nome della tua malattia?

Come specificato nella premessa, lo scopo principale di citare il Behcet nel titolo ha prevalentemente lo scopo di farlo conoscere. Molti malati per anni rimangono in un limbo senza diagnosi perché né loro, né i loro medici curanti conoscono questa sindrome, che nei paesi del Mediterraneo in realtà è abbastanza diffusa. È inoltre un dato di fatto che probabilmente non avrei mai scritto questi racconti senza la malattia.

     I sei racconti contenuti nel tuo libro sono in stile horror, ma non un horror così macabro. Perché la scelta di questo tipo di genere?

Mi rifaccio alla letteratura anglosassone dei due secoli passati: negli anni del liceo ho studiato e mi hanno affascinato Swift, Coleridge e Wilde, ho poi letto dopo il liceo Huxley, Golding, Doyle e gli statunitensi Poe e Lovecraft, ovviamente mi ispiro a loro.

   Come ti è venuta l’ispirazione per questi tuoi racconti?

Come detto precedentemente  alcuni particolari o alcuni ambienti o situazioni provengono direttamente dal mio subconscio, manifestatesi sottoforma di incubi, le storie sono poi create cercando di rispettare questo mood rifacendomi, a volte, alle mie credenze filosofiche.

   Ascolti della musica quando scrivi?

Sì, spesso. Ho trovato una radio in internet che propone musica metal anni ’80 e la ascolto sempre quando scrivo, sia per isolarmi dall’esterno, sia per rendere un po’ meno pesante lo scrivere.

    Tra i sei racconti della raccolta ne hai uno che a cui sei più legato? Se è sì, qual è e perché?

Sono legato in egual misura a “I Mendicanti di Breslavia” e “La generatrice di mostri”, il primo perché sono molto soddisfatto dell’ambientazione ricreata, il secondo perché è stato veramente un lavoro impegnativo ricercare tutte le notizie storiche e scientifiche e geografiche dell’ambientazione e creare una storia che potesse adattarsi con le conoscenze scientifiche di quegli anni.  

     Se la malattia non si fosse manifestata avresti scritto ugualmente?

Non credo. O forse avrei scritto saggi, ma non narrativa.

 Progetti futuri?

In realtà ho già pronti due romanzi e un’altra raccolta di racconti, non più horror, ma più sul filosofico e sociale, inoltre al momento sto terminando una terza raccolta di racconti: “Seventeen, diciassette storia senza eroi di ordinaria meschinità”, basata sui costumi italiani del momento.

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