Ho roghi al cuore

La poesia di Enrica Romano sembra fatta di graffi. Si assiste a una continua azione graffiante, che fa emergere a forza viva figure. Figure di movimenti, di persone, di rapporti, di desideri, di cose, di mete. In questa poesia urge un fuoco interminabile che si fa guerra di frantumi e di lampi, ricerca di urti fra parole, custodia di forze e di pudore, desiderio segreto di leggerezza. L’autrice sembra voler sperimentare scontri fra parole come fra particelle, quasi per farne sprizzare nuove energie. Occorre guardare lo sviluppo di questi versi non soltanto attraverso le cose che dicono, ma attraverso l’analisi dei modi con cui le dicono. Dentro il “come” è nascosto il “che”. Una delle forme del “come” è quella visiva. Questa poesia, nel realizzare il suo senso, si sottopone a un triplice sbriciolamento visivo. Il primo consiste nella frantumazione in versi brevissimi; il secondo nelle svariate e non uniformi distanze che istituisce tra i frammenti; il terzo nella presentazione di questi frammenti in moduli virgolettati, frantumi di pensieri e di grida sedimentati come ciottolati su una spiaggia di mare. Si tratta di sbriciolamenti che possono produrre talvolta effetti inattesi. Si pensi, per esempio, a quella «a» improvvisa che si apre come unico verso, quasi a dare luce e spazio a un fenomeno che nasce:
«Grovigli/misti/a/navigli,/traghettammo/nei nostri canali»; «Batti ancora/pioggia/a/sciogliere/catrame».

«Prestami la tua pelle per scrivere versi» dice la composizione. Nell’intero tragitto di questa poesia, all’inverso, accade come se l’autrice prestasse la sua pelle per far riscrivere pensieri. Come se sentisse attraverso i pensieri altrui attribuendo a essi la sua voce, forse la sua responsabilità. Uno Spoon River di voci si fa così, sulla pelle di una sola anima narrante, un’unica voce. L’autrice sbriciola il verso in minuscoli pezzi, per poi recuperare all’improvviso la lunghezza di un unico percorso, rettilineo e sicuro. Come se, a un certo punto, l’energia dei momenti frantumati si fosse fatta improvvisa fiducia. Tanti minimi versi sfociano di colpo in un’unica lunghissima riga: «Scompagina/i miei fogli/ ordinati e lindi;/scroscia il tuo schizzo impertinente sul mio quadro troppo perfetto;/gocciola cioccolato nero fondente sul mio abito immacolato/».
Si addensano in questa poesia giochi di ossimori, di indovinate assonanze, di tensioni linguistiche, mai scontate. Quasi a esprimere l’energia incontenibile che precede e attraversa chi scrive. Si esprimono insieme, in un abbraccio serrato, la forza che imprigiona e la fuga, il fuoco e l’acqua, l’energia che frantuma e l’anima che se ne distacca. («Settembre mi sorprende tra pioggia di gocce e raggi di fuoco», «Bracieri nei nostri corpi gelidi. », «Amammo /il furore/ delle serpi nostre/in volo/»).
È come se il groviglio di questi versi vivesse un segreto inconfessato che sa confessarsi soltanto nella forma impudica della forza. Si tratta di leggere, in qualche misura, questo groviglio di forme come un’avventura. L’avventura di una coscienza che si interroga stando nello stesso vortice delle sue forme. Uno dei modi più inafferrabili del nascondersi è, paradossalmente, l’esplodere. Serpeggia in questa poesia il desiderio di un’esplosione lenta che, come un bradisismo, rompa la crosta della vita facendosi interrogazione.

Che cosa questa continua eruzione energetica nasconde? Che cosa nel groviglio di queste forme cerca scampo? Crediamo che questo itinerario poetico si possa idealmente scomporre in tre diversi segmenti narrativi, a volte contemporanei e sovrapposti. Nel primo segmento lavora un’energia che frantuma; nel secondo segmento opera un eros oscuro che agglutina; nel terzo segmento emerge un desiderio aereo di liberazione.
Si osservi questo eros: pur intensamente desiderato, si fa a volte crudo, aggressivo, diretto, senza pudori letterari. Nel primo segmento opera un’energia che, per affermarsi, non ha pace. Nel secondo segmento agisce un eros che cerca fusione ma non salva; solo nel terzo segmento sembra annunciarsi qualcosa che vorrebbe riscattarsi dal mondo e da sé. («Tentenno tra il dire e il tacere,/ persino a me stessa nascosta »).
Crediamo che questo qualcosa si confessi talvolta in un’immagine pura: in quel desiderio di farfalla che cerca grazia e forse la trova in un sentimento fecondo generato dal sole.
Graffi, dicevamo. Ci domandiamo: possono i graffi nascondere qualcos’altro? Crediamo di sì. I graffi possono nascondere altro. Perché un’energia può essere solo lo stelo esteriore, palese, in cui fluisce una linfa segreta. L’energia sbriciola ma distrugge; l’eros fonde, ma imprigiona. Questa energia e questo eros, lungo il loro intrecciarsi, possono creare per graffi consecutivi e serrati un effetto bugnato. Qui l’energia appare forza resistente e corazzata, ma dal suo fondo può emergere a un tratto un sentimento sommerso che, interamente nascosto, lo scuote. In questa poesia urgono il fuoco e l’acqua, mentre dappertutto si annuncia il bisogno dell’aria. Sembra mancare il quarto elemento delle forze elementari del cosmo: la terra. Ma è solo un’illusione. La terra è ben presente, ma nella forma di ciò che essa produce: nella forma del frumento e della sua fecondità. Questa poesia vive un’energia frantumata che cerca un filo: «Attorciglio il filo dei miei pensieri assurdi sul fuso della mia anima innocente». La poesia di Enrica Romano vive roghi del cuore per liberare una luce. Questa poesia cerca grazia. La terra, attraverso il seme e l’acqua, può farsi desiderio di libertà. Lungo lo stelo che cerca l’aria si annuncia il desiderio di una farfalla, che cova il sentimento del volo e che una volta era fiore.

Professor Giuseppe Limone

Ordinario di Filosofia del Diritto e della Politica presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, Facoltà di Giurisprudenza.

Enrica RomanoEnrica Romano nasce ad Aversa (CE) l’8/10/1967. Laureata in filosofia ad indirizzo psicologico presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II nel 1995, appassionata al cosiddetto “pensiero della differenza” debutta come scrittrice nel 2009 con il libro “Donna e uomo: due modi di essere umano”.
Counselor psicosociale, a partire dal 2012, conduce seminari esperienziali di consapevolezza per donne (Seminario “la mia ora”).
Esordisce con la poesia con questa silloge “Ho roghi al cuore”, sua voce intima e segreta.
Sposata, madre di tre figli/e, vive a Sant’Arpino (CE).

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