Eugenio Nascimbeni

Oggi vi voglio presentare un mio caro amico e bravissimo scrittore Eugenio Nascimbeni. Nato a Milano. Conosciamolo assieme.

 Parlaci un po’ di te. Chi è Eugenio?

Sono nato a Milano nel 1960, ho tre figli e sono felicemente sposato. Cerco di conciliare gli impegni di famiglia e di lavoro con la passione per le buone letture e la buona musica rock e blues. Il mio idolo musicale, vero e proprio oggetto di culto, è Bruce Springsteen che seguo con passione da più di 30 anni, comprando i suoi dischi e presenziando ai suoi concerti.

 

Quando e perché hai deciso di iniziare a scrivere?

Devo dire che sono sempre stato un lettore accanito: lo ero da bambino e non ancora perso il vizio! Dalla passione per la lettura a quella per la scrittura creativa il passo è stato breve. Per molti versi è stata quasi una sfida con me stesso. Mi sono detto, vediamo se riesco a concepire una storia avvincente e ben strutturata che possa interessare un editore. Questa, in breve, è stata la scintilla che mi ha spinto a scrivere. Nel 2007, finalmente, ho coronato il mio sogno.

 

 Hai pubblicato già diversi libri. Il tuo romanzo d’esordio è stato Il traghettatore. Vuoi parlarcene?

“Il traghettatore” è un thriller dal ritmo incalzante, una storia drammatica di natura fantastica che mi è venuta in mente qualche tempo fa durante un viaggio su un traghetto della Tirrenia. Nella sala bar di una nave si trovano due uomini: uno è un ragazzo che si sta dirigendo verso la Sardegna per godersi le meritate ferie estive, l’altro è un vecchio dall’aria inquietante che sembra conoscere molte cose del passato del giovane. L’uomo, che si presenta come una versione aggiornata di Caronte, rivela che Alex, il protagonista del romanzo, è morto la sera prima durante un disastro avvenuto su quella stessa nave, una nave che naviga ora senza altri passeggeri, nel silenzio più totale. Il suo compito è quello di convincere il ragazzo ad accettare l’idea della morte e per raggiungere l’obiettivo gli mostra, come per magia, il drammatico film di come sarebbe stata la sua vita, se soltanto non fosse scomparso nell’incidente. Naturalmente c’è un colpo di scena finale, ma non voglio svelare lo scioglimento dell’intreccio per non rovinare il piacere al lettore.

 

 L’angelo che portava la morte è il tuo quarto romanzo. Come mai la scelta di questo titolo?

Perché l’enigmatica figura responsabile dei delitti che avvengono nella casa di riposo “Villa Azzurra” di Alghero adotta un preciso rituale di morte che sembra ispirato da quello utilizzato dalle vecchie accabadoras d’un tempo, intervenendo dunque con mano misericordiosa, quasi angelica, per arrecare la pace eterna a due anziane ospiti in fase terminale. Mi è piaciuto il contrasto tra il significato delle due parole e il forte impatto drammatico che ne deriva: anche l’editore, Lettere Animate, ha approvato con entusiasmo il titolo.

 

 La tua ultima opera è “La profezia di Karna e l’amuleto maledetto”. Una storia divisa in due parti. Nella prima ci si ritrova nel passato, l’epoca è quella dei Celti e racconti la storia d’amore tra Alasia e Damien. La seconda invece è ambientata nei giorni nostri, nel Friuli. Parlaci della storia e della tua decisione di unire la vita dei primi due protagonisti con la vita di Mary, la protagonista della seconda parte. Che cosa li lega?

 

Innanzitutto desidero precisare che lo spunto per scrivere questa storia è stato originato dal ritrovamento di una necropoli celtica nella piccola frazione di Misincinis, a Paularo (UD), che è anche il paese natale di mio padre. Assistere agli scavi, parlare con gli archeologi e vedere da vicino alcuni preziosi reperti venire alla luce dopo secoli di buio, è stata per me un’esperienza oltremodo emozionante. La storia, ambientata nel IV secolo a.C. in un territorio celtico corrispondente all’attuale Carnia, narra la vita di una tribù celtica e l’amore di due giovani, Alasia e Damien, che si scontra con la brutale ferocia di Athor, crudele signore del loro villaggio, da sempre innamorato follemente della giovane. Nella seconda parte del romanzo la narrazione prosegue ai giorni nostri. Mary, una squillo d’alto bordo, ruba un prezioso amuleto di bronzo, appartenuto ad Alasia e da questa donato alla dea Karna che aveva steso la sua protezione sui due giovani, dalla casa di un industriale dai traffici poco puliti. Il furto dà origine a una caccia senza tregua, fino a un minuscolo paese sorto sulle ceneri dell’antico villaggio celtico di Alasia e Damien. L’incontro in quel luogo di Mary con Siro, commesso in un supermercato, sembra voluto dal destino, così come il ritrovamento di una necropoli celtica in quel piccolo paese. L’impressione di aver già vissuto quei luoghi e quelle emozioni accomuna i personaggi, prima spaventati, poi increduli, infine consapevoli del loro destino di reincarnati. L’amuleto, che trascina con sé una maledizione ancestrale scoccata dalla dea Karna, è stato il mezzo che ho utilizzato per accostare due epoche tanto lontane tra loro e per dare un senso di continuità alla storia.

 

Qual è il genere che preferisci scrivere? Quale invece leggere?

Diciamo che ho sempre avuto una naturale inclinazione per le storie misteriose e piene di suspense. Ricordo che da bambino divoravo i Gialli per ragazzi della Mondadori: crescendo mi sono poi avvicinato ai grandi nomi che hanno reso celebre la letteratura di genere poliziesco come Agatha Christie e Arthur Conan Doyle. In seguito ho scoperto autori come Edgar Allan Poe, Lovecraft, Le Fanu, King, Chandler, Hammet  e molti altri ancora. Come scrittore ho sempre trovato a me più congeniale il thriller di natura fantastica, ma come lettore i miei interessi spaziano anche in altri generi. Uno dei miei autori preferiti, ad esempio, è Jorge Amado che è stato sublime cantore di vita, gioia e sofferenza del Brasile, terra che amo particolarmente.

 

 Da dove trai ispirazione?

Spesso la realtà supera la fantasia e quindi la lettura della cronaca nera di un quotidiano può senz’altro suggerire molti spunti per concepire una storia piena di mistero. In altri casi può essere determinante possedere una buona dose di fantasia e uno spiccato spirito di osservazione per cogliere, magari nell’espressione di un volto incrociato in un luogo pubblico, piuttosto che in un banale oggetto d’uso comune, l’ispirazione giusta per avviare una storia convincente. Le buone idee, tuttavia, possono nascere ovunque ed in qualunque momento, magari anche quando si è immersi nella vasca da bagno, come si dice accadesse ad Agatha Christie.

 

 Quanto tempo dedichi alla scrittura?

Quando sono alle prese con un romanzo appena avviato il mio sforzo è massimo, ragion per cui riservo alla scrittura ogni più piccolo momento della mia giornata: dai ritagli di tempo durante i miei quotidiani viaggi in treno, alle pause pranzo sul posto di lavoro, anche se il momento nel quale ho più tempo per sviluppare al meglio il tessuto narrativo è la sera, nella quiete della mia taverna .

   Stai lavorando su un altro progetto letterario? Se sì, puoi anticiparci qualcosa?

Ho avviato un thriller di natura psicologica che penso mi porterà via un bel po’ di tempo e ho qualche altra buona idea, dal giallo al gotico, su cui sto lavorando. Proprio in questi giorni, infine, ho terminato un progetto che mi stava molto a cuore: una raccolta di poesie, a metà strada tra l’epitaffio e la musicalità rock, dedicata ai grandi miti della musica, dello sport, del cinema, delle arti più in generale, ritratti nel momento del loro massimo fulgore e in quello drammatico della loro scomparsa. La raccolta si chiama “Spiriti Immortali” e sarà disponibile a breve in selfpublishing se proprio non riuscirò a trovare un editore interessato.

 

Che cosa significa per te essere uno scrittore?

Essere uno scrittore significa dare corpo e anima a una storia e metterla su carta per condividerla con un pubblico. Un autore non è grande soltanto se ha un vasto pubblico, ma anche se, e soprattutto è davvero grande e palpitante il fuoco creativo che ci mette nei suoi libri.

Grazie Eugenio

 

Annunci