Giovanni Garufi BozzaL’ospite di questa sera è lo scrittore Giovanni Garufi Bozza  

Questo suo interessante romanzo è in parte autobiografico? Voglio dire..lei conosce Selvaggia/Martina? Non auspico, in questa sede, a risposte come “c’è una Selvaggia/Martina in ognuno di noi, quindi sì, l’ho conosciuta”; piuttosto.  Se mi permette, punto a intravedere, fra le sue righe, una presenza reale, ispiratrice, ma può anche passare alla prossima domanda, direttamente…

Risponderò con molto piacere, senza evitare la risposta. C’è una presenza ispiratrice, ma che è passata solo di sfuggita nella mia vita e solo nella forma Selvaggia. Molto brevemente, dal romanzo si evince che Selvaggia è una ragazza dark e la scelta della moda non è casuale: Per diverso tempo, quasi un anno, ho frequentato con una compagnia di amici un locale dark di Roma, senza farmi inglobare totalmente dalla loro moda fatta di borchie, vestiti scuri e via dicendo. Di solito ci si andava il sabato sera. In questo passaggio della mia vita, più volte mi sono ritrovato a incontrare, nei giorni feriali, gli stessi abitué del locale in vesti completamente diverse da come li si vedeva nelle nostre serate goliardiche: dalle borchie, dai vestiti scuri, dai monili che richiamavano la morte, passavano a vestiti eleganti o classici, per il lavoro o la vita di tutti i giorni (naturalmente, c’era chi manteneva l’anima dark anche durante la settimana). Rimasto colpito da questa trasformazione, mi chiesi se anche i caratteri mutassero assieme ai vestiti.

Una sera, vidi in quel luogo una ragazza che aveva le stesse fattezze che poi ho donato a Selvaggia, molto bella e attraente, dai modi spigliati e con degli occhi di un azzurro intenso, risaltati dal trucco nero, dai capelli coloro pece e il vestiario scuro. Non ho mai avuto il piacere di conoscerla di persona, ma ho iniziato a fantasticare su come lei apparisse nella vita di tutti i giorni e me la sono immaginata all’opposto, bionda, timida, completamente introversa, chiusa al mondo, come sarà poi Martina.

Un’altra presenza ispiratrice è forse in me stesso; chiarisco subito di non soffrire di un disturbo di personalità multipla, ma mi capitò nella prima adolescenza di partecipare a dei giochi di ruolo dal vivo, fantasy: ci vestivamo da elfi, nani, cavalieri ecc., e passavamo le domeniche pomeriggio in una pineta a recitare un gioco, a scontrarci in epiche battaglie (era un’associazione composta da un centinaio di persone). Non essendo la mia un’altezza degna di nota, diciamo così, inventai per me stesso il personaggio di un nano molto irriverente. Portavo una folta barba finta e una grossa parrucca per camuffarmi. Orbene, con quella maschera addosso riuscivo a calarmi completamente nel personaggio, a essere irriverente nel camminare, nel fingere flati molto rumorosi, e nell’avere una voce profonda, completamente diversa dalla mia. Il personaggio riscosse molto successo per la sua simpatia e continuamente mi chiedevano di imitarlo: mi stupii del fatto che, senza tutto quel camuffamento non riuscissi a emettere un singolo suono uguale a quello del mio nano, quasi che la maschera giustificasse un comportamento del tutto diverso a quello che volessi riservare per me. Cosa c’entra questo discorso con la bella e sensuale Selvaggia? Che altro non è che una maschera che Martina utilizza per stare nel mondo, una giustificazione per svelare dei comportamenti e una voglia di vivere di cui altrimenti non sarebbe capace. La patologia è nell’aver talmente consolidato questa maschera da far nascere una personalità completamente diversa, opposta, che convive con quella di Martina.
Quale delle due personalità è stata più determinante per la stesura del libro? Chi è nata prima Selvaggia o Martina?

Nel libro si mostra che è nata prima Martina, e poi Selvaggia. Nella mia mente è nata indubbiamente prima Selvaggia, che è stata anche più semplice da descrivere, trovando più appassionante ritrarre una personalità spigliata e libertina, rispetto a una chiusa al mondo… è sicuramente più attraente, sia per chi legge, che per chi l’ha scritta.
Mi pare di capire che fratture come quelle da lei raccontate, ed affrontate da Daniel, secondo la sua opinione possono essere sanate. Corretto?

Daniel in realtà non fa altro che mettere in atto un ascolto attivo, ed è probabilmente l’unico che si interessa realmente al mondo di Selvaggia, e al tempo stesso l’unico a cui la ragazza consente di entrare nel suo mondo. La frattura si inizia a sanare nel momento in cui la ragazza per la prima volta si sente accolta e accettata per come è, e il narrare diventa un mezzo per comprendersi e mettersi di fronte a una realtà che ella stessa ha creato e che finalmente deve essere giustificata a qualcuno, capace di0 accoglierla e in parte accettarla, seppur con difficoltà. Non dimentichiamo però che Daniel nel qui e ora della storia non è uno psicologo formato, ma solo uno studente al primo anno di studi, e manca degli strumenti per aiutare la ragazza. Il mondo di Selvaggia crolla nel momento in cui la presenza di Daniel inizia a diventare emotivamente e sentimentalmente importante, sia per lei che per Martina. Se si riesca definitivamente a sanare o meno… beh, credo che il lettore abbia molto da scoprire in merito 😉

Da un punto di vista professionale, invece, credo che le fratture del sé possano essere sanate se correttamente affrontate, e se viene capito il motivo di una tale frattura. Non è detto poi che essa sia necessariamente patologica, a volte è vitale per la sopravvivenza della persona. Ultimamente, dialogando con i lettori, mi sono persino chiesto se Daniel faccia bene a cercare di “riunire” le due ragazze. Mi sono scervellato nel domandarmi: “e se Selvaggia fosse la parte più vera di Martina, o una difesa talmente forte per permettersi che Martina la perda del tutto? In fondo Daniel ragiona col senso comune, stabilisce a priori che Martina è la parte reale, perché è la prima a essere nata e dunque riconosciuta dal mondo sociale. E se fosse però vero il contrario? Cioè che è Selvaggia a essere la parte più bella e più reale tra le due?”

Esemplifico meglio, richiamando l’attenzione su tutte quelle persone che modificano il loro sesso fisico. Il mondo li definisce uomini o donne, perché è così che sono nati, e tuttavia essi si sentono del sesso opposto rispetto a quello con il quale sono categorizzati dalla società, fino al punto da scegliere di modificarlo, affrontando operazioni che trasformano profondamente il loro corpo, adeguandolo al loro essere interiore: indossano una maschera o tirano fuori la loro parte più vera? Daniel si comporterebbe in modo etico a convincerle a rinunciare al sesso desiderato? (Sia chiaro, in questo caso non sarebbe nella sua indole: povero Daniel, forse con i miei punti interrogativi sto fornendo un’immagine davvero brutta e poco calzante di lui! 😀 )

Ovviamente le mie sono solo divagazioni mentali, ripensamenti sui personaggi che grazie ai lettori stanno assumendo una vitalità propria, evolvendo di giorno in giorno. Sarà il lettore a farsi al sua idea sui comportamenti di Daniel, Selvaggia e Martina.
Quali sono, se ve ne sono, i punti di contatti tra le due donne. Mi aiuta a trovarne qualcuno? È impossibile che non ve ne siano…! Latenti, non manifesti…questi due caratteri non si pestano i piedi e occupano l’uno il posto vacante lasciato dall’altro… dunque si configura, secondo me, un’ipotesi di amicizia perfetta tra le due ragazze. 

“Possibile che non ve ne siano”: mi ricordi molto Daniel. Anche lui, per tutto il romanzo, non fa altro che cercare punti di contatto tra le due, meravigliandosi di come sopravvivano l’una accanto a l’altra, facendo prevalere le differenze alle comunanze. Esse però ci sono, anche se molto piccole: c’è la rosa finta che permette a Daniel di conoscere entrambe, c’è il corpo che curano e vestono in modo diverso, c’è quel velo di tristezza che il ragazzo coglie negli occhi di entrambi… e ci sono gli occhi stessi, con quel colore azzurro intenso, non mascherato in alcun modo, che riesce a sedurre Daniel sia quando è di fronte a Selvaggia, sia quando è di fronte a Martina. E poi… Inizia a esserci lo stesso Daniel, seppur Selvaggia tenti di tenerlo a distanza dalla sua alter ego.

Amicizia perfetta tra le due? Io vedo più una predominanza dell’una sull’altra: Selvaggia domina quel corpo, Martina gli garantisce una presenza nel mondo, una riconoscibilità, un carta di identità, ma senza la prima non riuscirebbe a vivere alcuna relazione con gli altri: sarebbe un cadavere dentro un corpo che respira. C’è dunque un rapporto di mutua utilità, a vantaggio però di Selvaggia e con la completa accondiscendenza di Martina. E, da non dimenticare, che Selvaggia vuole distruggere completamente la presenza dell’altra ragazza. Quindi proprio amicizia non è… Forse meglio, “pacifica” convivenza?
Daniel può essere pensato come la “posta in gioco” e configurarsi quindi come inaspettato campo di competizione tra Selvaggia e Martina?

Sicuramente vi sarà un momento in cui entrerà negli interessi delle due ragazze, seppur lui non capirà mai come sia possibile che la ragazza arrivi al punto di essere gelosa di sé stessa. Quando entrambe ammetteranno il sentimento verso Daniel, ci sarà la reale svolta del romanzo, l’ultima. Quindi non aggiungo altro, limitandomi a rispondere affermativamente e lasciando al lettore scoprire come le due ragazze affronteranno tra loro questo interesse comune.

Mi racconta brevemente i fatti?

Daniel è un giovane studente al primo anno di Psicologia; appena iniziata l’università conosce Martina, una ragazza che si mostra subito scontrosa, impenetrabile, apparentemente priva di emozioni e di capacità relazionali. Dopo poco tempo conoscerà Selvaggia in un locale dark, rimanendo affascinato dalla sensualità e dall’apertura di quella ragazza. Per pura fatalità, la ragazza lascerà uno zainetto al locale, contenente una rosa finta e un libro di poesie di Leopardi, che il ragazzo ha visto anche nelle mani di Martina. In breve tempo scoprirà la verità che lega le due ragazze.

Forse per la voglia di raccontarsi, forse per l’aver trovato finalmente qualcuno che la conosca e possa giustificare la sua esistenza, Selvaggia inizierà un lungo dialogo con Daniel, raccontando la sua vita e la sua doppia personalità, stabilendo cinque regole per proteggere il suo segreto;

Tra i locali più nascosti di Roma, tra le maschere di una personalità completamente scissa, in uno scontro continuo tra razionalità e follia, in breve tempo, Daniel sarà trascinato nel vortice di emozioni, contraddizioni e  segreti di quella ragazza, che a poco a poco imparerà ad amare.

Il finale ve lo lascio scoprire 😉

Nella sua professione chi sono, dal punto di vista teorico, i suoi riferimenti più importanti?
Si dice in giro, e condivido, che scrivere rappresenti una sorta di terapia, di auto-analisi, che consente di raggiungere meandri che necessitano di pazienza, tempo e dolcezza per essere esplorati. Lei ha forse voluto compiere un viaggio di questo genere redigendo il libro? E’ giunto all’estrapolazione di qualche importante verità che la riguarda?

Sono perfettamente d’accordo con la sua idea che la scrittura abbia un potere terapeutico, e posso aggiungere che questo è stato anche dimostrato scientificamente, grazie al lavoro del celebre Pennebaker, che ha inventato la tecnica della scrittura come metodo terapeutico. Non entro nel merito, limitandomi a citare questo studioso, per non essere eccessivamente prolisso. Consiglio però vivamente di leggere i suoi studi in merito, aggiungendo che la scrittura consente di entrare in contatto con sé stessi, con il proprio Sé; stimola delle meta-riflessioni che permettono di aumentare la conoscenza di sé stessi e del proprio mondo interno.

Personalmente, non ho iniziato a scrivere mosso dalla ricerca di risposte su me stesso o su traumi non risolti: scrivere è stato più un mezzo per conoscermi meglio e per comunicare qualcosa. In altre occasioni ho scritto per risolvere situazioni difficili che ho incontrato nel mio percorso di vita, ma non è il caso di questo romanzo: è stato più una sfida, un voler esplorare le vie più folli della mente umana, un voler sfidare il concetto di normalità così come lo conosciamo oggi. Poi, ovviamente, mi ha messo nelle condizioni di dover capire meglio anche il mio carattere: mi sono continuamente risposto come io avrei reagito di fronte ad una personalità come quella di Selvaggia. Ecco perché mi piace pensare che Daniel rappresenti in certi momenti il mio sé ideale: è dotato di grandi capacità di ascolto, di accettazione e di amore. Un modello che mi piacerebbe raggiungere. È stato dunque un viaggio che mi ha permesso di conoscermi meglio e entrare in contatto con quella che vorrebbe essere la mia professione, e come tutti i viaggi degni di questo nome, mi ha fatto indubbiamente crescere.
Qual è esattamente il target di destinazione della sua opera e …perché?

Mi piace pensare che non ci sia un target definito, e devo dire che le vendite e i riscontri che sto ricevendo confermano questa mia idea: piace ai giovani, piace agli adulti, piace agli anziani; piace agli uomini e alle donne.

Credo che ognuno possa trovarci un aspetto di sé. Se poi mi costringe a scegliere… punterei più ai giovani, data l’età dei protagonisti, ma perché andare a escludere i genitori e i nonni, che possono avere, con il mio libro, una piccola lente in più attraverso cui capire i giovani di oggi? 😉
Cosa vorrà fare da grande esattamente? E’ certo che nella sua professione, tutta dedicata agli altri e ai disagi provocati dalle inaudite attuali violenze psicologiche sulle menti umane, non vi sia molto tempo per dedicarsi alla scrittura. Vuole diventare il primo WritingTherapist?

Beh, non sarebbe male riuscire a unire i due aspetti e non lo vedo così impossibile: parlavamo prima del potere terapeutico della scrittura per sé stessi, perché non dovrebbe essere produttiva per capire meglio l’altro e la società più in generale?

La scrittura è una delle forme di riflessione più importanti e forti che abbiamo, credo che sia uno strumento in più per comprendere il mondo in cui viviamo, nonché l’origine di tante patologie odierne, come pure dei talenti e delle risorse che abbiamo per accrescere la salute nostra e del mondo che ci circonda.

Quanto al tempo… scrivere è parte integrante del lavoro di un terapeuta, che redige continuamente report sui clienti, sul proprio operato, sulla propria formazione e sulle riunioni che fa con i suoi colleghi. Quindi, si tratta solo di aggiungerci un pizzico di fantasia, per avere uno strumento in più per capire il mondo che ci circonda.

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