Ivonne BoscainoSiamo lieti di ospitare la scrittrice Ivonne Boscaino  nel blog Espressione Libri.

Benvenuta Ivonne, parlaci brevemente di te e del tuo incontro con l’affascinante mondo della scrittura.

Posso essere breve su di me, ma è difficile essere breve sulla scrittura. Comunque ho 37 anni, sono una bibliotecaria universitaria, vivo a Orbetello, nella Maremma toscana. Non ti so dire da quando ho iniziato a scrivere, ma di certo ho sempre raccontato: favole a mia sorella, a compagni dell’asilo e poi di scuola e così via. Non credo che ci siano stati molti giorni della mia vita in cui non ho scritto o perlomeno pensato a qualcosa da scrivere. Così come non ci sono giorni in cui non ho letto, visto che le due cose vanno strettamente sotto braccio. Non so come funziona per gli altri, ma per me è sempre stato così: una storia me la sento raccontare nella testa e me la racconto e racconto di nuovo e racconto ancora. Solo a un certo punto la metto su carta ed è sempre una gioia anche quando è faticoso. Anche se la parte più difficile è sempre quella che riguarda il giudizio degli altri, il momento in cui una storia non è più tua, ma diventa dei tuoi lettori.

 

Un segreto di famiglia è il primo romanzo che hai pubblicato, ci racconteresti la sua trama?

Non è una trama particolarmente complessa. Un segreto di famiglia parla di una ragazza diciassettenne che si chiama Marta e che, suo malgrado, si trova a dover affrontare quello che è appunto il segreto della sua famiglia. I suoi genitori, a seguito di una grave malattia della nonna, si ritrovano costretti ad affidare la ragazza e i suoi fratelli più piccoli a uno zio, Carlo, di cui Marta ignorava l’esistenza: il fratello minore del padre allontanato dalla famiglia perché omosessuale. Il romanzo parla di Marta e del suo rapporto con lo zio, del suo viaggio alla scoperta della verità e del comportamento non proprio nobile di una famiglia che la ragazza riteneva non perfetta, ma senz’altro molto unita.

Quali sono state le fonti ispiratrici che ti hanno spinta a scrivere il romanzo?

Questa è una domanda difficile. Ho iniziato a scrivere questa storia quasi venti anni fa ed essa è cambiata e cresciuta insieme a me. L’argomento che mi sono scelta non è certo dei più facili da affrontare e, nonostante quello che molti credono, questa non è una storia autobiografica. Certo c’è molto del mio mondo. Questa grande famiglia meridionale che descrivo è molto simile a quella nella quale sono cresciuta, unita, soffocante e generatrice di sensi di colpa. E poi c’è tutto il mondo che avevo e ho tutt’ora intorno: quello dell’amico gay che si nasconde per paura, quello della difficoltà di spiegarsi e di spiegare, quello di vivere serenamente nel proprio equilibrio interiore. E poi c’è sempre e comunque il mio desiderio che tutti abbiano la possibilità di vivere felici. Credo di essere riuscita a descrivere il tutto abbastanza bene visto che ci sono persone che si sono ritrovate a chiedermi se anche io fossi gay. Purtroppo, devo confessare che sono un’etero praticante.

A quale personaggio sei particolarmente legata?

Il mio personaggio preferito è François, il compagno di Carlo. A una lettura superficiale può sembrare che lui sia la roccia di Carlo, il suo sostegno e il motivo per cui decide di uscire allo scoperto. In realtà mi ha sempre fatto piacere pensare che tra i due esista uno scambio continuo di amore, sostegno, appoggio e tenerezza.

Nel tuo libro l’amore è il tema centrale, l’amore in tutte le sue sfaccettature, tra cui anche quello omosessuale.

Quanto pensi che sia importante oggi aprire la propria mente alle varie forme di amore esistenti? Il mondo potrebbe cambiare e migliorare attraverso un’accettazione solidale della diversità?

È ovvio che se nel mondo ci fosse maggiore tolleranza, maggiore apertura su certi temi, le cose andrebbero meglio. Per questo non ci voleva il mio libro anche se spero che in qualche modo sarà di aiuto. L’importante, alla fine, è capire che l’amore, quello vero, sincero e maturo, è semplicemente amore. A prescindere da chi lo prova. Io cito sempre l’esempio di un mio lettore, un signore anziano che leggendo il mio libro ha cambiato idea. Mi ha candidamente confessato che fino a quel momento non aveva mai preso in considerazione il fatto che due uomini, o due donne se è per questo, potessero amarsi l’un l’altro. Per lui, l’omosessualità era solo una perversione sessuale che non aveva niente a che fare con i sentimenti. Forse è questo il messaggio di cui oggi si ha veramente bisogno.

Raccontaci della tua esperienza al Concorso Città di Castello. La ripeteresti?

Sì. Mi spiego meglio: la partecipazione al premio è stata una grandiosa esperienza. Per la prima volta mi sono misurata con una giuria che leggeva il mio libro alla cieca, senza conoscermi, senza sapere niente di me che non fosse presente nella mia lettera di presentazione. Poi c’è stata la premiazione, la gioia di aver vinto, le parole che diversi dei giurati mi hanno confidato dopo. È stata un’esperienza molto gratificante. I problemi sono, casomai, cominciati dopo con la pubblicazione del romanzo. La promozione è stata quasi inesistente da parte dell’editore e me la sono dovuta gestire da sola con tutta l’inesperienza del caso. Di certo il grosso del problema non dipende soltanto dall’editore, ma anche e soprattutto da un mondo editoriale nel quale, se non si hanno grossi mezzi, praticamente non si esiste. E questo è un male che affligge tutte le piccole case editrici. L’unica cosa che rimpiango è che alcune situazioni potevano essere gestite diversamente anche perché vendere un libro è interesse del suo autore, ma anche del suo editore.

Un’ultima domanda: A chi consiglieresti il tuo libro e perché?

A tutti. Ai giovani perché acquistino coraggio e tolleranza e agli adulti perché vedano un mondo che spesso tendono ad ignorare. Il mio non è un libro di genere né uno di quelli che si ghettizza: è una storia. Può piacere come non piacere, ma è uno di quei libri che si merita una possibilità.

Grazie Ivonne

Grazie a voi!

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