Matteo Deraco

Vita, morte, miracoli di un uomo qualunque. E’ un titolo molto interessante! Quali miracoli compie Matteo mentre percorre la strada che congiunge la vita alla morte? Non sto qui a specificare se si tratta del Matteo che sto intervistando o di quello del libro..tanto, mi pare di capire che si tratta della stessa persona. Corretto?
Credo che il miracolo fondamentale che compie il Matteo del libro, e quindi il Matteo reale, sia il sopravvivere a se stesso, alle proprie paure, alle proprie piccole fobie che sono parte del quotidiano. Il miracolo è non lasciarsi cadere nelle etichette. Il miracolo è continuare a scendere dal piedistallo per vedere le cose da una angolazione diversa, e non fermarsi ad una visuale unica, statica o preconcetta.
C’è sempre un punto di vista nuovo da conoscere o perlomeno da ammettere, a volte mettersi nei panni degli altri aiuta a non vedere le cose sempre e solo in una maniera. Ci sono molti miracoli, tutti terreni, tutti pratici, tutti utili. Forse il miracolo che ricercano i due Matteo è passare dalla vita alla morte avendo lasciato un segno.  Ho il terrore dell’anonimato.

Lei pensa sia possibile nel contesto in cui stiamo vivendo, così caratterizzato da sgomento quotidiano derivante da una precarietà a 360°, riacquistare lentamente una visuale più morbida, riflessiva e meno nevrotica della vita? Lei stesso dice “Non c’è verso di starsene buoni, perché c’è sempre qualcuno che ti sbarra la strada e la felicità scappa via”. Può cambiare questo?
Può cambiare, cambiando gli obbiettivi di tutti i giorni, forse “accontentandoci” di cose un po’ più piccole, che poi fanno grande tutto il resto. A volte, magari, la felicità scappa perché è una felicità illusoria, dettata dal momento, non rinviata. Purtroppo si vive una vita nevrotica perché si cerca di afferrare qualcosa che, semplicemente, non c’è. E’ il prezzo da pagare quando ci si pongono obbiettivi che, non sentiamo nostri realmente. La gente cerca la felicità nella moda del momento, nell’arrivismo, nell’essere sempre qualcosa in più degli altri, ma poi, quando il gioco finisce o la candela si spegne non rimane molto in mano, resta solo la soddisfazione momentanea apparente e che, un minuto dopo, diventa di nuovo spasmodica ricerca di qualcosa che colmi la semplice incapacità di star là dove si è a costruire mattone dopo mattone, con pazienza.

Curiosità personale: lei legge Bukowski? Si rivede nel particolare filtro d’interpretazione che caratterizzò questo autore? O semplicemente lo ammira?
Mi rivedo molto nel suo arrancare quotidianamente, nel non accontentarsi. C’è una frase molto bella di Bukowski in cui mi rispecchio molto che dice più o meno così: “gli altri impiegati rubacchiavano di tanto in tanto, io no, io volevo tutto o niente.”. Ecco, o tutto o niente, ma tutto e niente devono passare attraverso dei percorsi per forza scomodi, per forza di autoconoscenza e sperimentazione. E c’è poca gente che li fa. Bisogna star dentro le cose, non solo quando sono comode, troppo facile. Nessuno si sporca le mani. E poi vogliono tutti il premio finale.

L’ “amore” o “n amori”: mi pare una differenza sostanziale! Lei crede che muoversi da una tempesta sentimentale ad un’altra, amare con energia e “voglia di vivere” numerose volte, lasciarsi andare al tipico entusiasmo di chi si innamora ancora e ancora..sia una pratica “sana”? Si pone questioni morali a riguardo?
Se c’è onestà nel vivere la vita, onestà intellettuale, verità trasparenza allora si può fare tutto. Il problema è che nel 90% dei casi, il sotterfugio, il doppio gioco, l’inganno per fini personali la fanno da padrona. Se si ammette ciò che si è e si rende trasparente il proprio essere allora si può far tutto, basterebbe un po’ di verità, e basterebbe accettare le persone per quello che sono e per come vivono le proprie esistenze. E invece stiamo qua a giudicare, giudicare, sentenziare e dare regole da seguire e decaloghi da mettere in pratica in ogni occasione. Le questioni morali vanno poste se qualcuno fa qualcosa di male, ma se dispone della propria vita come meglio crede, senza arrecare danno al prossimo, allora si è liberi di fare quel che si vuole. L’ amare non può essere impartito attraverso dei comandamenti. Ognuno ama come ritiene giusto. Non si può codificare l’amore, se c’è verità nel porsi all’altro. Non è un errore amare come si ritiene giusto, forse è un errore pretendere di essere amati come si ritiene giusto.

In che modo, secondo lei, i ritmi della società odierna e l’ossessione del “lunario” da sbarcare, incidono sulla capacità umana di costruire relazioni a lungo termine, siano esse amorose, familiari o amicali?
Le relazioni a lungo termine muoiono a prescindere dal lunario da sbarcare, il problema è che la gente crede che basti un anello al dito per amare o essere amati, quando in realtà dopo un po’ di tempo iniziano a cambiare molte cose. Io non so come si possa dire di avere la certezza di sapere che si amerà qualcuno per tutta la vita, mi sembra una frase un po’ impegnativa. Possono cambiare molte cose in una vita. Cambiamo noi per primi. Proprio perché si è in costante evoluzione. A me spaventa dire che amerò qualcuno per la vita, è così tanto tempo, una vita intera. Come lo si può sapere? Al contrario, il dover sbarcare il lunario, forse, ha cementato certi rapporti, attraverso l’affetto, la comprensione di una condizione comune, la solidarietà. E’ un peccato che servano certe situazioni grottesche, però, per avvicinare le persone.

Twitter Test: mi racconti con meno parole possibili la trama del suo libro. Le va?
La sperimentazione, è una delle poche strade per conoscere se stessi, e l’autoconoscenza è la via della verità.

Irvin Welsh e Palahniuk: mi hanno detto che forse hanno qualcosa a che fare con lei. Di che si tratta?

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La sua sociopatia..è guaribile?
La mia sociopatia peggiora costantemente con l’età poiché la mia soglia di sopportazione verso alcune categorie di esseri umani si assottiglia man mano che il loro sport preferito, ovvero l’autocommiserazione, si spande nel mondo. E’ un’epoca in cui tutti progettano i pranzi enormi e poi non hanno voglia di fare la spesa o non sono capaci di fare un uovo e non voglio imparare. Voglio tutti essere compresi e invece giudicano e piangono e si piangono addosso. E’ un momento in cui tutti si lamentano di tutto e tutti e non fanno nulla di nulla per cambiare le cose. Stanno bene lì, io sto bene qui, dall’altra parte della strada, oltre il fiume… dietro un masso. Ho smesso di fare il samaritano per tutti. Welsh più che Palahniuk ha contribuito al farmi raccontare la verità di alcune cose.
Qual è il “miglior” difetto del suo libro secondo lei?
Il miglior difetto è l’aver raccontato tanta parte di me con estrema verità. E questo mi ha messo per forza di cose a nudo con molte persone. Per un carattere come il mio è molto difficile da gestire.
Cosa augura oggi Matteo a “Matteo”? Quale futuro per la letteratura giovanile nel nostro paese?
Alla letteratura giovanile auguro di crescere attraverso scritti sinceri e non attraverso la pigrizia. C’è molta pigrizia nel riconoscersi solo in delle tematiche troppo semplici o facili da vendere. Al “Matteo” del libro auguro di continuare a restare integerrimo nella ricerca della realtà e della verità delle cose fino in fondo, anche se lo si paga con molta fatica e molta stanchezza, che oggi più che mai avverto. Cederanno i due Matteo ai compromessi? O resisteranno, raggiungendo alla fine la meta? Vedremo.

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