Anna Maria Funari
“Fuoco che danza”, il primo libro di una trilogia da quel che abbiamo compreso. La seconda puntata è già in lavorazione?
Innanzi tutto grazie per l’attenzione che “Espressione Libri” ha voluto dedicare a “Fuoco Che Danza”. In effetti è il primo di una trilogia che ha per protagonisti i Nativi d’America e rappresenta un ideale viaggio nella loro cultura, senza avere tuttavia la presunzione di essere un “saggio”. Sono tre episodi che, nella loro totalità, rappresentano “il cerchio della conoscenza” e un po’ della loro cultura.
La seconda puntata, come dici tu, è già a buon punto; in realtà è in fase di prima revisione, quella dove cerco le eventuali (immancabili) incongruenze che, si sa, sono inevitabili quando scrivi sull’onda di pensieri ed emozioni. Poi ci sarà la fase di revisione grammaticale ed ortografica e via dicendo. Ci vorrà comunque ancora un po’ di tempo perché, lavorando, non è sempre possibile rispettare i tempi che vorrei avere.

Essa rappresenta un superamento rispetto ad alcune delle convinzioni acquisite durante la sua permanenza negli Stati Uniti o si tratta piuttosto di una riconferma delle emozioni, dei sentimenti e dei principi vissuti laggiù?
Questa seconda parte vede un protagonista più “maturo”, più conscio delle sue capacità e della sua appartenenza ad un grande popolo. Di riflesso, è anche ben determinato a difendere quegli ideali confini tra il desiderio di conoscenza e la mera curiosità che animano i coprotagonisti e lo stesso Shawnee è verosimilmente più… complicato.
Sia “Fuoco Che Danza” che questo secondo episodio in fondo rappresentano un po’la mia stessa evoluzione; lo stesso tipo di cammino, alla ricerca di qualcosa che è dentro noi stessi, fatto magari con modalità diverse. in fondo il mio percorso si svolge, in parte, attraverso di lui.

Il viaggio negli Stati Uniti che ha permesso la genesi di “Fuoco che Danza” ha coinciso con un momento particolare della tua vita, o quantomeno, ha prodotto corrispondenze importanti con la tua vita ordinaria?

“Fuoco Che Danza” è nato dopo un’esperienza decisamente unica. La casualità volle che, nel 1996, un viaggio negli USA programmato con alcuni amici si trasformasse invece in un viaggio “in solitario”, alla ricerca di una parte della parentela che è nata e vissuta là ad opera di due sorelle di mia nonna materna. Ero abbastanza disincantata e demotivata, in quel periodo, a causa di vicende personali che mi avevano fatto mettere in discussione alcune cose e fatto chiudere letteralmente “a riccio”, perdendo assolutamente la fiducia nelle persone e stringendo il cerchio del mio mondo attorno solo ed esclusivamente a me stessa. L’incontro con i Nativi, con la loro cultura, ascoltare le loro storie, condividere per un po’ il loro stile di vita, vedere e toccare con mano l’estrema dignità e la grande fierezza che ha permesso loro di sopravvivere, a dispetto dei torti subiti, hanno letteralmente capovolto il mio piccolo mondo, catapultandomi nel loro e facendo in modo che, pian piano, ridessi ad ogni cosa il giusto ordine nella scala dei valori; dai rapporti personali alla famiglia, con tutto ciò che può esserci nel mezzo. Direi che il loro arrivo, del tutto pacifico e discreto, ha operato una positiva e proficua rivoluzione del mio modo di essere.

Shawnee, il protagonista di Fuoco che Danza, come tu stessa hai dichiarato durante un’intervista, potrebbe divenire il depositario ed unico erede di un sapere prezioso che si situa alla base dell’equilibrio e dell’armonia dell’essere umano. Quali sono i punti cardine di questo sapere quasi esoterico?
Shawnee è un personaggio molto particolare, non solo per il suo modo di essere e di vedere il mondo e l’uomo. Il suo essere è legato da sempre ad una sorta di magia; è figlio di un Manitoquat, un uomo-medicina, che ha il potere di poter scrutare nell’animo e nel cuore degli altri. Il loro legame è così profondo ed unico che Shawnee, pur sapendo di dover trovare da solo le risposte di cui ha bisogno, non esita a cercare la prima da lui, da suo padre.
Credo che la “magia” di quel popolo, se di magia si può parlare, sta nella profondità delle sue radici, della sua cultura, dell’equilibrio che tutt’ora conservano e vivono con ciò che hanno intorno, con la Natura.
Per loro, il concetto che la Terra è Madre, quindi non si può né possederla né dominarla, è un principio basilare. Purtroppo questo stesso principio è sfuggito e continua a sfuggire alle popolazioni cosiddette “industrializzate” o, se preferisci, “evolute”. Noi continuiamo a considerare la terra come una cosa inanimata, da sfruttare in vario modo, da violentare quasi. E i risultati purtroppo li conosciamo.

Per quanto tempo hai ritenuto di doverti documentare per scrivere un libro di questo tipo? Che tipo di letture hai portato avanti prima di immergerti realmente nella vita degli Indiani d’America?

Sono sempre stata una “patita” dei film western fin da ragazzina; quel che mi chiedevo, tuttavia, era sempre perché gli indiani fossero i cattivi della situazione.
In seguito, ho cominciato a leggere moltissimo sull’argomento ma tutto questo non era assolutamente finalizzato alla scrit-tura di “Fuoco Che Danza” anzi, all’epoca non era neppure nei miei pensieri. Quel che cercavo era di colmare quello che definivo un “buco culturale” creato da una filmografia e da una storiografia che appunto voleva i Nativi “sporchi, brutti e cattivi”.
Per questa ragione, mi sono letteralmente tuffata in testi che andavano dall’antropologia (quindi parlavano delle loro origini, della loro evoluzione e organizzazione sociale) fino ad arrivare alle biografie di grandi capi come Nuvola Rossa e Toro Seduto. Sono stati però due libri in particolare che mi hanno davvero aperto un mondo e tutt’ora li considero, come ho avuto modo di dire ad altri, la bibbia e il vangelo su cui studiare: “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” di Dee Brown e “Alce Nero parla” di John G. Neihardt.
Il tutto fu poi seguito dalla vacanza statunitense di cui ti ho parlato e dalle grandi emozioni che questa mi ha regalato e che hanno permesso a “Fuoco Che Danza” di venire alla luce. Tutta la “documentazione” c’era già quindi; sia quella scritta, che veniva dalla lettura, che quella del cuore, che teneva ben strette dentro di sé esperienze, sensazioni e soprattutto insegnamenti.

Quanto delle tue personali convinzioni sulla vita e sul ben vivere sono contenuti nel tuo libro?

Vedi, “Fuoco Che Danza” non ha la pretesa di insegnare nulla a nessuno, ma spero che aiuti almeno un po’ a riflettere su quanto la nostra esistenza sia basata molto spesso solo sulle apparenze, a discapito del nostro vero modo di essere.
Shawnee è l’esempio vivente che non si può vivere solo di esteriorità, di immagine; certamente la scelta non è delle più facili e sicuramente non è necessario arrivare a decisioni “drastiche” per affermare il nostro modo di essere, magari ruvido, magari anticonformista, ma che esprime pienamente il nostro carattere, le nostre opinioni ed afferma uno stile di vita che è assolutamente personale ed unico.
Spesso rileggo “Fuoco Che Danza” per trovare risposte o, forse, semplicemente per ritrovare la forza che mi ha dato quando è stato scritto. Rivivere le situazioni e le emozioni da cui è nato mi dà spesso quell’input necessario che, in altri frangenti, è venuto a mancare creando una sorta di muro difensivo contro il mondo.
Quello che ora sono, le mie convinzioni e, in un certo qual modo, il mio mondo è il risultato di tutto ciò che loro, i Nativi, hanno saputo trasmettermi, con semplicità estrema.
E’ ovvio che non sempre riesco a far prevalere la mia parte “nativa” perché è impossibile cancellare completamente quanto si è acquisito negli anni, tuttavia cerco di tenere sempre presenti valori fondamentali come l’onestà morale ed il rispetto per la Terra che nei Nativi sono molto più accentuati che nei popoli europei. Forse qualcuno dissentirà da questo ma non fa nulla.

E’ possibile dare una interpretazione moderna alla sensibilità e all’esperienza degli indiani d’America utilizzando un registro costituito da parole e fatti facilmente fruibili da un pubblico giovane? Se, sì, come?

Come ti dicevo prima, ci sono alcuni valori che sono comuni ai Nativi e a noi. Tuttavia è diverso il posto che gli diamo.
La conoscenza di un Popolo così lontano, culturalmente ed eticamente, da noi, condotta per mezzo di letture e film appropriati e modulati sull’età di chi ne usufruisce, penso che costituisca comunque un arricchimento personale, che apre la mente abbattendo non foss’altro i tanti pregiudizi di cui è ricca la nostra società.
“Lavorare” in questo senso, partendo proprio dai più giovani, significherebbe poter aprire un canale importante per scambi interculturali con tante altre realtà.

Qual è a tuo parere la responsabilità della cultura occidentale nei confronti di saperi, come quello del popolo di cui tu racconti, che nel tempo per ragioni diverse vanno perduti senza alcuna ansia di resistenza?Cosa andrebbe fatto? E se il meccanismo di scomparsa/privazione della voce è inequivocabilmente in atto, quali sono state le tappe fondamentali di questo disfacimento in merito agli Indiani d’America?

Su quest’argomenti si potrebbe scrivere un trattato, credimi. Penso che le responsabilità per la progressiva e quasi totale perdita della cultura e dell’identità nativa sia purtroppo da imputare totalmente agli occidentali. Il loro arrivo sulle coste atlantiche americane ha causato infatti il fisiologico arretramento delle tribù verso est, con la conseguente cessione di terra.
A queste “appropriazioni per abbandono” seguirono quelle violente, perpetrate da eserciti e coloni, che si sparsero su territori sempre più vasti.
Per avere un’idea… immagina se un bel giorno viene qualcuno a casa tua, non invitato ma elemosinante ospitalità e poi… ti ruba la casa con tutto quel che c’è dentro.
Ecco, i Nativi subirono qualcosa del genere.
Aggiungiamoci poi le varie nefandezze commesse allo scopo di sterminare quelle popolazioni e di cui il libro di Dee Brown è un’agghiacciante rendiconto, associamole alle stragi di massa, di cui Sand Creek e Wounded Knee sono certamente le più note… ed abbiamo un quadro abbastanza completo delle ragioni per cui un’intera civiltà ha rischiato di andare perduta per sempre, al pari di Incas, Maya e Aztechi.
Tra l’altro, quel che restava del popolo Nativo non ha avuto più nessuna voce in capitolo nella gestione della propria vita fino alla fine degli anni ’60 quando, in piena guerra del Vietnam, venne riconosciuta loro la cittadinanza americana(ma non il diritto di voto!)ed immagino che il motivo di tale “concessione” sia facilmente intuibile.
Nonostante tutto, il popolo Nativo ha fatto come l’Araba Fenice… dalla sua disgrazia ha saputo risorgere e rafforzarsi, attuando un “piano di riscossa” che li ha portati a recuperare tradizioni e riti molto forti della loro cultura, come la “Ghost Dance” (proibita dai bianchi perché forte elemento di aggregazione), e la trasmissione della conoscenza della lingua nativa e dei loro elementi storico-culturali anche al di fuori dei confini statunitensi.
In Italia, a luglio, nel Parco dell’Antola, si svolge proprio la “Festa della Madre Terra” durante la quale è possibile assistere a danze e rituali, ascoltarne le spiegazioni e fare nostra una piccola parte del loro immenso mondo. Un modo decisamente efficace ed affascinante per diffondere una cultura che ha alla sua base una profonda filosofia di vita.

Hai scritto questo primo libro per restituire questa voce sottratta? Diversamente, qual è la ragione principale di questo tuo impegno?

Ho scritto “Fuoco Che Danza” soprattutto per me stessa. Le sue pagine, all’inizio, erano le custodi di un’esperienza che mi aveva aiutato a guardare le cose da una diversa prospettiva, regalandomi emozioni molto forti.
Soltanto in seguito ho pensato che Shawnee potesse essere una voce, una sorta di ambasciatore, che sapeva e poteva parlare ai cuori di molte persone.
E tutto questo per far conoscere, con un linguaggio semplice e diretto,una parte sconosciuta di un mondo così distante dal nostro.
La cosa che mi piace e di cui, con un po’ di presunzione, vado fiera è che il libro è adatto tanto ai bambini quanto agli adulti. Ogni età ha la sua chiave di lettura: una bella favola, un viaggio avventuroso per i lettori più giovani; un’esperienza di vita alla ricerca di qualcosa che solo noi possiamo cercare e la consapevolezza che vi sono valori più importanti della mera apparenza per i lettori più adulti.
Il leggerlo in diverse fasi della vita regala, spero, significati e simbologie sempre più profondi.
E questo è stato uno dei motivi che mi hanno spinto a concepire la trilogia, che rappresenta in questo modo il “Cerchio della conoscenza”, senza inizio e senza fine o, ancor più esattamente, con infiniti inizi e fini.

In quali Paesi pensi che sarebbe più utile che il tuo libro venisse tradotto e letto? Ne ha più bisogno l’occidente per ri-scoprire quanto di più bello sta negando a se stesso? Oppure, inviare il “messaggio nella bottiglia” a popoli e culture completamente ignare per lontananza fisica e culturale, avrebbe un peso etico maggiore ?
Beh… è fuori d’ogni dubbio che, come autrice, mi piacerebbe vedere “Fuoco Che Danza” e gli altri libri quanto meno nelle librerie europee.
Nello specifico, penso che “Fuoco Che Danza” e la trilogia possano costituire un veicolo efficace per far riscoprire valori fondamentali che da troppo tempo stiamo negando, trasmettendo il messaggio che l’arrivismo e la sete di ricchezza e potere hanno inaridito profondamente gli animi, che invece hanno bisogno di essere nutriti al pari del corpo.
Mi piacerebbe che divenissero fonte di riflessione, di messa in discussione di noi stessi, del nostro andare verso non si sa cosa e del nostro divenire. E quindi… si, una sorta di S.O.S. in bottiglia rivolto a tutto il genere umano affinché torni a “essere” e non ad “apparire”.
Soprattutto vorrei che ricordassimo quel che, in tempi molto lontani, diceva già Toro Seduto, ossia che i soldi non si mangiano e non si può prendere coscienza di ciò dopo aver abbattuto alberi, animali, inquinato fiumi e tutto ciò che rappresenta la vita e la nostra stessa sopravvivenza.

Sabrina La Rosa

 Sabrina La Rosa

è una comunicatrice professionale e si occupa, da diversi anni, di marketing, copywriting e comunicazione all’interno di aziende ed enti connessi con il mondo dell’ ICT .
Scrivere racconti e poesie è da sempre la sua passione più grandeinsieme allo studio delle lingue straniere e della cucina che considera strumento per eccellenza,capace di donare felicità e allegria.
Tre delle sue liriche sono state pubblicate nel 2006 all’interno dell’Antologia Briciole di Senso; l’anno precedente, sempre all’interno della stessa antologia, erano state già incluse due sue poesie; un suo racconto “I viaggi di Capitano Francesco” è presente all’interno della raccolta REALFIABE, edito da Montedit.
Al momento è impegnata nella stesura del suo primo “Romanzo Culinario” in lingua inglese: una collezione di ricette ed avventure all’insegna del divertimento, delle risate ma anche un’occasione per portare avanti..qualche riflessione interessante.
Atre informazioni sull’attività di Sabrina possono essere reperite al link: http://www.keperia.it

Annunci