Domenico RosaciDomenico Rosaci, dottore di ricerca in Ingegneria Elettronica, è ricercatore universitario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni. Da diversi anni si occupa principalmente di Intelligenza Artificiale, settore in cui risulta autore di numerosi articoli apparsi su prestigiose riviste internazionali. Oltre agli interessi scientifici, coltiva da sempre una personale passione per la Storia delle Religioni, che ha fatto da sfondo al suo romanzo d’esordio, Il Sentiero dei Folli, pubblicato da Falzea. Accanito bibliofilo, è da sempre convinto che nei libri sopravviva la possibilità per l’uomo di non smarrire la coscienza di sè, fondamentale prodotto di milioni di anni di evoluzione.

Come è venuto in mente ad uno scienziato che si occupa di Informatica di scrivere un romanzo che parla di sette, di religione e soprattutto di etica? Come si legano la sua formazione culturale ed i suoi interessi di ricerca con queste tematiche così “umanistiche”?
Guardi, i miei interessi scientifici e le tematiche del romanzo hanno una sola cosa che li lega: la curiosità che ho sempre nutrito verso ogni aspetto dell’Umanità di cui faccio parte. Per occuparsi di Scienza ci vuole curiosità verso l’Universo in cui gli uomini vivono, interesse per i problemi che gli uomini incontrano durante la loro vita, e creatività per cercare di trovare soluzioni per questi problemi. Ma a mio avviso la vita degli uomini non ruota soltanto attorno a problemi “materiali” che possono essere affrontati tramite la Scienza. Agli uomini non interessa soltanto mangiare, bere, scaldarsi, muoversi, comunicare e così via. Noi ci poniamo problemi esistenziali, ci interroghiamo sulle nostre origini ed i nostri scopi, elaboriamo concetti astratti come la “giustizia”, il “bene” e il “male”, e ci interessa discuterli. E soprattutto noi proviamo sentimenti ed emozioni, che non possono essere indagati con metodi scientifici. Ecco, io sono curioso anche per ciò che non ricade sotto il dominio della Scienza, ma che caratterizza in ogni caso l’Uomo.

Ho affermato che il suo romanzo parla di Etica. E’ corretto?
Indubbiamente, nel mio romanzo i personaggi principali si pongono seri problemi sulla giustezza e sull’opportunità delle loro azioni. Alcuni di essi, mentre agiscono in un certo modo, hanno dei dubbi sulla possibilità che stiano sbagliando. Ed inoltre, in tutto il romanzo vengono sollevate questioni sul comportamento dell’intero genere umano, e si presentano punti di vista diversi su ciò che di solito viene definito “bene” e “male”. Quindi non è scorretto dire che nel libro si chiami in causa l’Etica.

Da questo punto di vista, mi sembra che il principale soggetto di cui vengono analizzati i comportamenti sia la Chiesa Cattolica. Addirittura lei imbastisce un processo giudiziario, che sembra mirare ad accertare colpe e responsabilità che questa istituzione avrebbe nei confronti dell’umanità intera. Perchè ha voluto mettere proprio la Chiesa Cattolica sotto processo?

La Chiesa di Roma è un’istituzione antica, ha oltre duemila anni sulle spalle. La sua storia è anche la storia dell’intero Occidente, di quella civiltà dentro la quale io sono nato, e che ho sempre sentito auto-definirsi Cristiana. Diciamo che un certo giorno ho pensato a questa pretesa della Chiesa di identificare sè stessa col messaggio di Cristo, e mi sono chiesto: quanto è fondata questa pretesa? La domanda mi è parsa interessante, perchè è un caso particolare di una domanda ancora più generale: quanto è fondata la nostra pretesa di essere quello che diciamo di essere? Democratici, civili, progrediti, razionali, e così via? Immaginare un processo alla Chiesa è stato per me un esperimento mentale, per indagare su qualcosa che mi interessava.

Quindi, quando lei ha scritto il libro, non aveva una posizione riguardo questa domanda? Non sapeva già da allora quale fosse il suo giudizio sulla Chiesa di Roma?

Assolutamente no. Ho scritto il libro, per vedere io stesso dove mi avrebbe portato l’immaginare il Processo. E quello che ho scritto mi ha sorpreso, come mi accade sempre quando scrivo. L’esito del Processo, ad esempio, per come è raccontato nel libro, sarebbe stato per me completamente inimmaginabile all’inizio della scrittura.

Questo è interessante. Come può uno scrittore non sapere cos’ha in testa, quando inizia a scrivere?
Credo che si tratti di una condizione piuttosto comune, per qualunque scrittore. Vede, secondo me la Scrittura è una sorta di procedimento psicoanalitico a cui lo scrittore si sottopone, per iniziare un viaggio dentro sè stesso che forse altrimenti non avrebbe il coraggio di intraprendere. Io mi accorgo che mentre scrivo, i miei personaggi prendono vita esibendo delle personalità autonome, che evidentemente hanno origine in me, ma di cui non avevo coscienza. Questo dimostra, per usare un’espressione di pirandelliana memoria, che siamo davvero uno, nessuno e centomila. Nessuno dei miei personaggi è la persona con cui lei sta parlando adesso, eppure in un certo senso tutti lo sono. Quindi, se penso a questo, concepisco la mia “identità” come qualcosa di meno delineato ed unitario di come solitamente siamo soliti pensare. Mi sento doppio, triplo, multiplo. E tutto questo però non degrada la mia personalità, anzi in un certo senso me la fa apparire più interessante.

Nel romanzo però non c’è solo il Processo alla Chiesa. C’è la ricerca di un segreto perduto, c’è una grande storia d’amore, ci sono efferati omicidi. E c’è un finale abbastanza inaspettato e sconvolgente. A dispetto di tutte le riflessioni etiche e filosofiche, il suo sembra più un thriller vero e proprio che un romanzo introspettivo o psicologico.
Non ho mai pensato di scrivere un romanzo introspettivo o psicologico. Io ho soltanto immaginato una storia, e l’ho raccontata. Volevo che fosse una storia ricca di personaggi, sorprendente, intrigante. Ho sempre concepito così i romanzi, e devo dire che non apprezzo per nulla quei romanzi che vogliono sembrare dei saggi. Un romanzo dovrebbe sempre affabulare, prima di ogni altra cosa. Poi se dalla lettura nascono delle riflessioni, vorrà dire che il romanzo ha toccato qualche corda della nostra anima, e questo può anche essere un effetto desiderabile.

So che lei è un accanito bibliofilo, collezionista di libri antichi. C’è qualche libro che l’ha influenzata, o ispirata, nella scrittura de “Il Sentiero dei Folli”?
Credo che tanti libri letti nel passato possano avere fornito dei contributi a questo mio romanzo, in termini di ispirazione. Ho sempre pensato che le mie letture siano state per me delle esperienze concrete di vita vissuta, perchè mi hanno fatto provare emozioni e sentimenti, spesso molto intensi e profondi. Per quanto riguarda “Il Sentiero dei Folli”, devo dire che poco prima di iniziare a scriverlo avevo appena finito di rileggere “L’Elogio della Follia” di Erasmo da Rotterdam. Ecco, in quel libro c’è certamente un’ispirazione di fondo, che riguarda il ruolo che ha, nella nostra vita, la capacità che abbiamo di pensare in modo autonomo ed indipendente. I Folli del mio romanzo la pensano come Erasmo, nel senso che mettono in discussione le verità dei “cosiddetti sani”, delle maggioranze benpensanti, per cercare di trovare soluzioni autonome ed indipendenti. Questa necessità di “libero pensiero” per l’umanità, soprattutto per l’odierna società umana che appare così globalizzata ed omologata, la ritengo fondamentale.

Eppure leggendo il suo romanzo, appaiono precisi riferimenti storici, notizie approfondite sul passato, ricostruzioni accurate e metodiche. Non potremmo dire che il suo libro si colloca in un certo filone di romanzi che chiamano in causa la storia per cercare di riscriverla? Ogni riferimento al “Codice da Vinci” di Dan Brown è puramente voluto.
Questa è una domanda che mi è stata spesso posta. Lei ha detto che ho introdotto nel libro riferimenti alla storia passata. E’ vero, l’ho fatto ed ho cercato di farlo con la massima onestà. Mi sono cioè limitato a citare delle fonti autentiche, lasciando che adempissero al compito di parlare al lettore, sempre nell’ambito di una storia romanzata. Quando riporto, ad esempio, il testo delle lettere in cui un Papa parla di violenza, di vendetta, di guerra, non sto inventando niente. Sto solo introducendo nella narrazione un elemento reale con lo scopo di immaginare una situazione, nel caso particolare una prova di accusa nel Processo alla Chiesa, senza nessuna intenzione di riscrivere la storia, nè di “informare” il lettore. L’intenzione è solo quella di scrivere una storia “verosimile”, come ritengo che dovrebbe essere qualunque romanzo. Ovvero una storia ambientata in luoghi che esistono, che parla di documenti che esistono, che si rifà a situazioni storiche che sono esistite. In questo modo cerco di portare il lettore a confrontarsi con una possibile realtà, piuttosto che a contemplare una mia arbitraria fantasia, come invece credo che avvenga nel romanzo dell’autore che lei ha citato. Io non affermo che la Maddalena abbia fatto un viaggio dalla Palestina alla Francia col figlio di Gesù in grembo. Quella è un'”ipotesi”, tra l’altro piuttosto improbabile per non dire ridicola a mio modo di vedere, che non ha nulla a che fare col riferirsi a fatti autentici nel senso di precisamente documentabili.

Il suo romanzo è pieno di simboli. Tarocchi, numeri, figure architettoniche, che nascondono significati misteriosi e complessi. Qual’è il ruolo dei simboli ne “Il Sentiero dei Folli”?
Il simbolo è il solo modo che conosco per raccontare una storia che parli della Realtà. Per me non esiste alcuna realtà aldilà di quella simbolica. I simboli sono sempre stati usati dagli uomini per esprimere le loro idee, a partire dai pittogrammi per arrivare alla parola scritta e parlata, e passando per le varie espressioni artistiche. Io non vedo nulla di univoco e determinato nella realtà. Vedo solo cose che rimandano ad altre cose, parole che vogliono significare idee, idee che vogliono spiegare altre idee. Alla fine, ciò che l’uomo avverte nell’intimità della propria coscienza sono solo sentimenti ed emozioni, ed i simboli sono il veicolo per esprimere tali esperienze interiori. Ridurre la realtà a fatti misurabili e oggettivi è secondo me assolutamente insensato, e non conduce a nessuna vera conoscenza, mentre raccontare storie allegoriche e simboliche può portare ad avere intuizioni importanti.

Visto che il suo romanzo tocca da vicino temi religiosi, posso chiederle che rapporto ha lei con la Religione?
Ho passato gran parte della mia vita a studiare le Religioni ed i Miti di tutto il mondo. Sono sempre stato affascinato da questo bisogno che noi esseri umani sentiamo dentro di noi di confrontarci con ciò che non è strettamente “materiale”, e riguarda la nostra Coscienza e la nostra stessa Esistenza. Perchè esistiamo, chi ci ha creati, qual’è il nostro scopo? Mi sono convinto che queste domande debbano essere affrontate con l’uso della Ragione, che nel mio modo di pensare non si limita soltanto alla Logica ed alla Scienza, ma coinvolge ogni nostra facoltà intellettuale, compresa l’Intuizione e l’Immaginazione. Non accetto invece di affrontare queste domande attraverso lo “spegnimento” del cervello ed il ricorso al Dogma o ad una qualche Rivelazione propinata da qualche profeta. Per me l’indagine spirituale è qualcosa di importante e stimolante, e non ha nulla a che vedere con l’adesione fideistica a questa o quella confessione religiosa. Non è neppure di mio interesse trovare delle risposte precise alle domande di cui sopra. Mi interessa pormele, per indagare su me stesso e viaggiare dentro di me. Ho sempre pensato che dentro di noi, come Esseri Senzienti, si nascondano infiniti misteri inadatti ad essere indagati dalla Scienza Materialistica. E’ a questo punto che in me entra in gioco la spiritualità.

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