Il romanzo, diviso in due sezioni, si sviluppa in realtà senza interruzioni di sorta perché gli avvenimenti di epoche lontane finiscono per trovare una specifica collocazione nel presente: un presente che affonda le sue radici in un territorio, come quello dell’alto Friuli, permeato ancora oggi di vecchie tradizioni ed antichi riti.
Nella prima parte assistiamo alle vicende di una tribù celtica del IV-V sec. a.C. che occupa un territorio corrispondente a quello dell’attuale Carnia. Qui l’amore di Alasia e Damien si scontra con la brutale ferocia di Athor, crudele signore del loro villaggio, da sempre innamorato della giovane.
La brama di possesso porta il sovrano ad uccidere i due giovani, scatenando in tal modo la collera di Karna, divinità che aveva steso la sua benedizione sui ragazzi. In un susseguirsi di vicende drammatiche, che culminano con l’invasione di una feroce tribù rivale e la vigliacca fuga di Athor, la maledizione di Karna oltrepassa ogni ostacolo di luogo e di tempo grazie ad un pendaglio, l’offerta votiva di Alasia, che la dea fa giungere intatto attraverso i secoli.
Nella seconda parte, ambientata ai giorni nostri, l’istintivo desiderio di Mary, una squillo d’alto bordo, la porta a rubare quello stesso prezioso amuleto dalla casa milanese di Graziani, un piccolo industriale dai traffici poco puliti, provocandone una rabbiosa reazione e dando origine ad una caccia serrata fino a Cason di Zellan, un minuscolo paese della Carnia sorto sulle ceneri dell’antico villaggio celtico di Alasia e Damien, dove la fuggiasca spera di trovare un rifugio sicuro.
L’incontro di Mary con Siro, commesso in un supermercato, sembra voluto dal destino, così come il ritrovamento di una necropoli celtica in quel piccolo paese. Un giorno, lungo il torrente che costeggia la baita della ragazza, compare all’improvviso un’enigmatica creatura che sembra venuta da un’epoca remota.
Inseguendola, Mary finisce per entrare in una grotta misteriosa che mette in comunicazione il presente con il passato: qui fa la conoscenza con Karna, l’antica divinità celtica, che le racconta la vicenda di Alasia e Damien, rivelandole infine che lei e Siro non sono altro che le reincarnazioni dei due sventurati amanti del passato, e che Cason di Zellan è ancora sotto l’influsso negativo della sua antica maledizione.
Per salvare l’intero paese, Mary è chiamata a lottare contro il Male in una sfida che la vedrà catapultata nel passato come per magia, divenendo protagonista assoluta di un sanguinoso e drammatico confronto.

Terza di copertina

Nel IV secolo a.C., in un territorio celtico corrispondente all’attuale Carnia, l’amore di Alasia e Damien si scontra con la brutale ferocia di Athor, crudele signore del loro villaggio, da sempre innamorato follemente della giovane.
Duemilacinquecento anni dopo, Mary, squillo d’alto bordo, ruba un prezioso amuleto di bronzo, appartenuto ad Alasia, dalla casa di un industriale dai traffici poco puliti. Il furto dà origine a una caccia senza tregua, fino a un minuscolo paese sorto sulle ceneri dell’antico villaggio celtico di Alasia e Damien.

L’incontro in quel luogo di Mary con Siro, commesso in un supermercato, sembra voluto dal destino, così come il ritrovamento di una necropoli celtica in quel piccolo paese. L’impressione di aver già vissuto quei luoghi e quelle emozioni accomuna i personaggi, prima spaventati, poi increduli, infine consapevoli del loro destino.

L’amuleto trascina con sé una maledizione ancestrale che deve essere spezzata a tutti i costi.

GENESI

Un luogo di fantasia?

Il romanzo “La profezia di Karna e l’amuleto maledetto” è ambientato in un luogo immaginario della Carnia, la porzione di territorio dell’alto Friuli Venezia Giulia a ridosso della catena alpina. Seppure la località citata nella seconda parte del libro, quella ambientata ai giorni nostri, è di fantasia, così come tutti i personaggi che vi figurano, è indubbio che durante la fase creativa molti spunti mi sono giunti dal fascino paesaggistico e storico del paese natale di mio padre, Paularo in provincia di Udine.
La valle di Paularo o d’Incaroio è cinta dalle catene montuose dello Zermula, del Tersadia e del Sernio.
Lontana dal fondovalle, è percorsa dal torrente Chiarsò che raccoglie, lungo il suo percorso, alcuni ruscelli. Il paese di Paularo è adagiato in una conca circondata da prati e boschi e nel suo territorio sono diverse le sorgenti minerali idrosolforose e ferruginose.
Poco dopo l’ingresso del paese una carrozzabile s’innalza verso le frazioni di Misincinis, dove c’è la casa di mio padre, e Ravinis, due piccole gemme che godono di un paesaggio stupendo e dove da sempre l’uomo ha lottato duramente per la vita, strappando alla terra i frutti del proprio lavoro.
Misincinis, questo piccolo gruppo di case, fienili ed orti ben curati, è il luogo che mi ha fornito l’idea per il romanzo.
Vediamo come…

Come tutto ebbe inizio

Se non fosse stato per la sensibilità di mia cugina Patrizia Nascimbeni e di suo marito Alido Clama, non si sarebbe potuta scrivere una pagina importante della storia di Paularo e, semplificando al massimo, neppure “La profezia di Karna e l’amuleto maledetto” avrebbe potuto essere immaginato.
Nel 1995 durante dei lavori di sistemazione attorno alla loro casa di Misincinis, Alido s’imbatté in uno strano oggetto fuoriuscito dal terreno: una cuspide di ferro. Naturalmente si accorse subito che si trattava di un reperto venuto dal passato e così fece intervenire la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia che cominciò subito la ricognizione di quel sito che apparve subito, agli occhi esperti degli archeologi, un vasto sepolcreto ad incinerazione.

Gli scavi si protrassero per alcuni anni: alla fine di quel periodo furono portate alla luce circa 150, forse persino 200, tombe risalenti ad un periodo che va dal VII al II secolo a.C. : innumerevoli i reperti recuperati.

In quegli anni trascorrevo le mie vacanze estive nella casa di mio padre a Misincinis: gli scavi distavano poche decine di metri e mi fu facile effettuare dei sopralluoghi per dare un’occhiata interessata su quanto avveniva. Ricordo che un anno fu organizzata una piccola mostra in paese ed ebbi la possibilità di toccare con mano alcuni di quegli stupendi reperti che furono rinvenuti: dai pendagli, alle fibule, alle perline, passando anche più semplicemente per grossi frammenti di ossa combuste, urne cinerarie e schegge di carbone ligneo provenienti dalle pire del passato. Fu una cosa elettrizzante, come pure avere avuto l’occasione di parlare a tu per tu con alcune archeologhe da cui appresi molti piccoli ed interessanti dettagli che riguardavano il sepolcreto in particolare ed i Celti più in generale.

Una visione

Un pomeriggio d’estate mi ritrovai a passeggiare lungo un sentiero che si snodava poco oltre la casa dei miei cugini. Il sole era un’arancia allegra dipinta in quel cielo terso e nonostante facesse molto caldo, la quiete di quei luoghi mi invogliò a proseguire quella tranquilla escursione. Sbucai in un pianoro erboso in cima ad un piccolo colle.: più avanti un fitto boschetto, talmente intricato che attraversarlo si rivelò impossibile. Tornando sui miei passi ed imboccando di nuovo il viottolo che conduceva verso casa, mi fermai estasiato ad osservare il paesaggio che avevo di fronte. Davanti a me il morbido profilo di quel colle erboso, ai lati radi boschetti, e sullo sfondo la mole granitica e severa del monte Sernio.

Dal mio punto di osservazione non potevo vedere né le case, né i fienili, e solo lo spettacolo della natura mi si offriva in tutta la sua bellezza. In quel momento, rapito dall’estasi appagante che mi procurava il paesaggio, mi venne da pensare all’esistenza delle genti che vivevano in quei luoghi centinaia d’anni prima di Cristo, a quel popolo che aveva posato i piedi sul medesimo terreno sul quale sostavo io, a quegli stessi abitanti, i cui frammenti di ossa combuste avevo tenuto sul palmo della mano con rispettoso ed ammirato interesse, che celebravano con gioia la vita e con sacralità il momento della morte.

Fu in quel preciso istante che sbocciò nella mia mente l’idea per un romanzo ambientato in quei luoghi così suggestivi e magici. Ci pensai a lungo sino a quando riuscii finalmente a trovare una buona traccia su cui far lavorare la mia fantasia.

Riti, tradizioni e leggende

Il paesaggio, unitamente alla scoperta del sepolcreto, ha dunque avuto un ruolo determinante nella fase di composizione del romanzo. I tanti luoghi suggestivi, ricchi di fascino ed altamente evocativi che conoscevo bene per averli frequentati sin da bambino, contribuirono a fornirmi molti spunti narrativi. La struttura del romanzo che avevo in mente mi fu subito abbastanza chiara: una storia divisa in due epoche diverse che si sarebbero poi fuse in un’unica vicenda allo scopo di dare continuità temporale al romanzo.

Non solo questo, però…

Il mio scopo era anche quello di parlare, seppure all’interno dei rigidi paletti di una creazione fantastica, di quel grande patrimonio di cultura, riti, tradizioni e leggende di cui è permeata la Carnia: in aggiunta a ciò desideravo mostrare tutto il mio attaccamento per la terra di mio padre.

Ecco dunque una menzione alle streghe ed ai Gùriuz, tipici personaggi di fiabe da fogolar, oppure la citazione di due riti molto particolari ed antichi, come la “Femenata” e “Las pirulas”.

Il primo si riferisce ad una grande croce di legno che, posta in cima ad un colle che sovrasta l’abitato, viene cosparso di stoppie, fieno ed altri materiali di scarto prima di essere incendiato la sera della vigilia dell’Epifania. I partecipanti a questo antico rito girano poi di casa in casa recitando una canzoncina e chiedendo del cibo in cambio di quel fuoco beneaugurante che è stato acceso. È consuetudine infine mangiare tutti insieme quanto è stato raccolto a titolo d’offerta.

Il secondo si basa anch’esso su un’antica usanza, ancora oggi esistente, e che consiste nel lanciare da un’altura, durante alcune notti d’estate, dei dischi di legno infuocati. Durante questi lanci vengono urlate dediche scherzose alle ragazze del luogo o alle coppie di innamorati.

Un pizzico di magia

La Carnia, come detto, possiede per molti versi un grande fascino ed un’indiscutibile magia, la stessa che si può trovare un po’ in tutto il Friuli Venezia Giulia. Ho voluto ambientare uno dei capitoli del romanzo nella seducente Gemona del Friuli, una cittadina ricca di suggestioni e dentro le cui mura, all’inizio di agosto, si tiene la rievocazione storica “Tempus est jocundum”, un vero e proprio tuffo dentro ad un borgo del Trecento, reso possibile dagli animatori vestiti in costumi d’epoca che ripropongono con molto realismo la vita d’un tempo.

È piacevole assistere e partecipare a questa ricorrenza, soprattutto per l’alone di magia e mistero che regnano sovrani, tra cangiatori di soldi, saltimbanchi, armigeri, arcieri, mercanti, imbonitori e questuanti che sciamano lungo via Bini, l’arteria principale della città, e per i vicoli e le piccole piazze del paese. Ad allietare i tanti visitatoti anche delle antiche locande presso le quali è piacevole sostare per degustare piatti e bevande d’origine medioevale.

In uno dei vicoli più nascosti, tenuemente illuminato dalle fiaccole che baluginano allegre nelle notte, si trovano le sibille. Una sera, sedotto dall’atmosfera che Gemona riesce sempre a sprigionare in queste occasioni, mi convinsi ad accomodarmi ad uno di questi tavoli.

Alla cartomante Clara che si rivolse a me chiedendomi cosa volessi sapere dai suoi tarocchi, risposi che avevo un progetto (ndr: il libro) e che volevo sapere se ciò avrebbe potuto, un giorno, realizzarsi. Rimasi sul vago, senza aggiungere nulla, nemmeno la benché minima indicazione sulla natura di questo sogno nel cassetto, e cominciai ad osservarla mentre disponeva con cura sul tappeto le sue vecchie carte. Il responso dell’oracolo fu favorevole e così le promisi che se quanto previsto si fosse concretizzato per davvero mi sarei ricordato di lei, cosa che naturalmente ho fatto.

Conclusione

Da anni, ormai, del sepolcreto non c’è più traccia visibile.

Gli scavi sono stati chiusi, l’enorme buca da cui affiorava la necropoli, e dentro la quale tante volte avevo gettato il mio sguardo incuriosito ed affascinato, è stata infine ricoperta e l’erba è tornata a ricrescere più bella di prima.

Cosa resta?

Di certo un sentimento di orgoglio nell’avere appreso quali sono state le antiche origini, ma anche la consapevolezza che, in fondo, è anche grazie alle celebrazioni di vecchi riti che si perdono nella notte dei tempi, e tenacemente riproposte da chi non vuole vada smarrito un patrimonio culturale, che la spiritualità dei progenitori può continuare ad esistere e a popolare ancora, con un tocco di magia, le lunghe notti carniche.  (Eugenio Nascimbeni)

Eugenio NascimbeniEugenio Nascimbeni è nato a Milano nel 1960, è sposato e padre di tre figli.
Lavora in un grande gruppo editoriale in qualità di credit supervisor e divide la sua passione per la lettura e la scrittura creativa con quella per la musica rock e blues: il suo vero e proprio oggetto di culto è Bruce Springsteen.
Il suo esordio letterario è avvenuto con il romanzo thriller “Il Traghettatore”, pubblicato nel novembre del 2007 da Leonardo Facco Editore all’interno del catalogo e-books/print on demand.
Negli anni successivi ha pubblicato altri romanzi e raccolte di racconti in selfpublising.
Nel giugno 2012 ha pubblicato per Lettere Animate Editore il romanzo giallo “L’angelo che portava la morte”.
Nell’ottobre 2012 è uscito il romanzo thriller fantasy “La profezia di Karna e l’amuleto maledetto” edito a Falzea Editore.
Il suo sogno nel cassetto è quello di visitare, un giorno, due luoghi a lui cari: il New Jersey di Bruce Springsteen ed il Brasile di Jorge Amado, uno dei suoi autori preferiti.

Il sito dell’autore  http://eugenionascimbeni.jimdo.com/

 intervista http://www.lettereanimate.com/minisiti/EUGENIONASCIMBENI/index.html

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