Nota critica a “Follia” – silloge poetica di Vincenzo Monfregola

Il lavoro presenta un’unità contenutistica in cui l’accento è posto sull’esperienza interiore dell’amore, dell’amicizia, del vissuto quotidiano. È evidente il tentativo di trasfigurare ogni istante, di prendere coscienza della realtà ultima del mondo.
Alcune poesie mostrano, pertanto, un’efficace costruzione imperniata su nuclei fortemente evocativi; è il caso di “Vita”, in cui la struttura sintattica è spezzata, dividendo il soggetto dal verbo: “Vento, / foglie… / soffia, / cadono.” – altre si distinguono per pregevoli sinestesie o per una semplicità degna di un haiku, come la prima strofa di “Petali di seta”.
Gran parte delle liriche, invece, evidenziano una forma inconsistente, semplice prosa inframmezzata da qualche ritorno a capo, e, del pari, scelte stilistiche piatte, prive di forte connotazione; così, ad esempio, in “Ricordi sbiaditi di una vita vissuta”: “Pagine importanti / di un racconto / che parla di emozioni; / emozioni autentiche / che solo in un tempo / erano importanti…” Qui troviamo, al contrario, un’accumulazione di termini vuoti, come “racconto” o “emozioni”; queste ultime saranno senz’altro “autentiche” ma non è dato al lettore di percepirle, viverle, vederle, toccarle, di assaporarle in qualche modo. La parola resta vuota e sterile.
Per essere semplici: un conto è scrivere “la donna che amo è semplicemente meravigliosa”, un altro è esprimere questa “meraviglia” – e se ne può avere un esempio in “Io voglio del ver la mia donna laudare” di Guinizzelli, capolavoro stilnovista cui si rimanda. Senza il passaggio ad un’espressività compiuta (ed originale, certo, per ogni autore) la poesia torna ad essere semplice cronaca.
Meglio forse concentrarsi sulle poche poesie francamente originali – come le già citate “Vita”, “Petali di seta” o anche “Tela pregiata” – privilegiando la profondità espressiva. (Davide Gorga)

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