recensione a cura di Davide Gorga 

I racconti del calamaio forse mi respinge perché non ho mai amato le favole di animali e, meno che mai, quelle che hanno per protagonisti oggetti inanimati. Questione di gusto personale, quindi, oltre a qualche breve riflessione. Innanzitutto la considerazione che attribuire ad un libro, una matita od un calamaio una personalità, una vita ed una mente propria va ben oltre la “sospensione volontaria dell’incredulità” (Coleridge), poiché Celebrían l’Elfo può ben temere gli Orchi, soffrire, piangere, gioire, ed al limite anche tutto ciò che è prodotto dalla mente, in quanto ne deriva ed in certa misura lo si può considerare consustanziale ad essa, come ne “La Poesia zoppa” (e del resto lo stesso Dante si rivolgeva alla propria ballata pregandola di scegliere con cura i destinatari), altrimenti gli oggetti svolgono una funzione onirico–simbolica complessa (come la Regina Rossa in “Attraverso lo specchio” di Carroll e, d’altronde, la loro sussistenza può considerarsi come un’estensione della personalità di Alice stessa) sempre in bilico tra il sogno, l’inconscio, la narrazione. È quindi una mancanza di coerenza interna del racconto ciò che più mi allontana; a buon diritto ci si potrebbe chiedere se la coscienza di Gemma, la “gomma ballerina”, sia scaturita d’incanto al momento del taglio della lastra da cui era derivata e se, tagliandola ancora, potesse originare altre due coscienze indipendenti (nel caso di un Drago o di un Orco, ad esempio, il dilemma non si pone)… Inoltre, già dalle prime righe è esplicitato un duplice livello di lettura, con l’invito ai “lettori più smaliziati” di leggere oltre il testo – quasi a voler intendere che la storia è stata costruita, su un piano superficiale, secondo il metro dei bambini (quasi fossero una specie a sé stante) – con “un occhio agli altri adulti in ascolto” (Tolkien – “Sulle fiabe”). È tuttavia difficile credere che i bambini non colgano, razionalmente o inconsciamente, l’angoscia dinanzi alla morte sottesa all’interrogativo che i libri si pongono sulla “destinazione finale dello scatolone” contenente i volumi deteriorati ne “Il libro squinternato”. Del pari, il finale de “La gomma ballerina”, grondante termini quali sudario, olocausto, sarcofago, è l’evidente descrizione di un suicidio e, tuttavia, l’immagine che rimane impressa è quella di una bara gettata nella pattumiera. Non riesco ad immaginare nulla di più terrificante.
Ho letto le storie più violente e macabre eppure nessuna è mai riuscita a ferirmi in profondità come una fiaba che sottenda gli elementi macabri nascondendoli (o provando a farlo) sotto una patina di racconto fantastico e spensierato, poiché ciò che non viene recepito dalla mente rimane nel cuore. Vero è che in molte fiabe si riscontrano simboli e fantasie di morte – ma anche di resurrezione (sempre che non finiscano nel tritatutto disneyano), in quella che correttamente Tolkien chiamava “eucatastrofe”, o, comunque, con una dignità intrinseca, per quanto triste.
In breve, per terminare ancora con le parole di Tolkien, “una delle lezioni che ci danno le fiabe (…) è che il pericolo, il dolore e l’ombra della morte possono conferire dignità e in qualche caso persino saggezza (…)”

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