recensione  a cura di Davide Gorga
Oltre ad essere “leggero e utile” sorprende per la sua sottile capacità di comprensione stemperata nell’ironia di uno sguardo che, pur disincantato, non rinuncia alla magia dell’essere e del suo mistero. Gradevolissimo l’approccio matematico con cui si apre l’itinerario metropolitano (ma non troppo) del pensiero che parte da un argomento certo non facile, la fede, compreso con saggezza ma esposto in maniera brillante, piacevole, leggera e consistente come un ramo trasportato dalla corrente del fiume, scelta per molti versi coraggiosa. Ugualmente vera la riflessione sulla felicità. Bellissima la descrizione dell’amicizia ma, come ho premesso, forse pessimistica; non credo ad un affievolirsi costante degli affetti, casomai a un suo andamento repentino e imprevedibile, per cui persone che ormai si ritengono lontane rientrano prepotentemente nella vita, donandole colore, simili a profumi amati, mentre altre d’improvviso si allontanano senza una ragione apparente. O forse sono le amicizie più lontane e tormentate quelle che amiamo di più… ho conosciuto una persona meravigliosa diciotto anni fa, in una squallida aula di liceo scientifico – peraltro litigando con lei – e la nostra amicizia dura ancora… Amore, sacrificio, individualità, non sfuggono all’eleganza ed all’essenzialità del libro; “Il peccato” procede per qualche pagina con gentilezza, equilibrio, rigore logico, sino al confronto con un certo tipo di conformismo, in cui le aree della morale, dell’etica e della liceità tendono a sovrapporsi nonostante originino da fonti diverse e, soprattutto, coinvolgano la persona a livelli differenti (non tutto ciò che è lecito è etico e non tutto ciò che è etico diviene moralmente condivisibile – ad esempio, uccidere un animale per cibarsi è lecito secondo la legge dello Stato, è ritenuto etico secondo la filosofia occidentale, ma può essere moralmente inaccettabile per motivi religiosi – sebbene religioni e filosofie s’intreccino inevitabilmente). Non mi sembra inoltre che la morale comune coincida “con la morale Cattolica”, quantomeno non nella mia esperienza; nel nostro Paese la morale corrente origina in larga parte dall’utilitarismo e, in misura minore, dalle confessioni Protestanti. Il breve capitolo “Rituale e frustrazione” si distingue per un sorriso umoristico e benevolente nei confronti dell’umanità, sebbene sia scritto in un’ottica tipicamente occidentale (ravvisabile ad esempio nell’“eseguire meccanicamente” un compito); la Torre di Babele e la “Psicopatologia dei flussi migratori temporanei” si lasciano gustare come un tè aspro, verde, intenso; della Fortuna hai compiuto uno studio meno “magico” di Rimbaud ma molto più pratico; irriverente e ironica “L’America” così come riesci a scriverne, in equilibrio tra simbolo, immagine, realtà – vera funambola del linguaggio… Inaspettata la riflessione sul tempo e la pittura; tagliente infine la descrizione della vendetta, arma “dei deboli, dei pavidi e degli ignavi”, anche se, a dire il vero, la frase “la miglior vendetta è il perdono” non è attribuibile a Gesù (casomai si può intenderne l’insegnamento nel senso che il perdono è una strada migliore della vendetta, ravvisando l’inconciliabilità dei due atteggiamenti).
In sintesi, un ottimo lavoro ed una padronanza del linguaggio talvolta stupefacente… i miei complimenti.

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