Quadretti di un tempo – Edizioni Albatros- Il filo  (pagine 93) autore Rita Sanna

“Qual è il tempo dei ricordi? Forse quello libero da impegni di lavoro, di famiglia, di ricerche affannose d’affetti? Quello dell’età che spinge più verso il passato che verso il futuro? Ora Lisa non corre più per acchiappare al volo i mezzi che la portavano al lavoro, non calca più l’acceleratore della macchina per arrivare puntuale alle riunioni, per sbrigare in fretta le commissioni, per accompagnare e riprendere i figli da scuola. Senza più impegni, i suoi giorni sono più lenti, come i suoi passi. C’è tempo per tutto, anche per i ricordi! È così che Lisa nei momenti in cui viene investita dalla dolce nostalgia del passato, di quello remoto, si rivede bambina e poi adolescente. Attanagliata dai tentacoli dei ricordi, anche di chi non c’è più, ne ripercorre i tempi e gli attimi senza un preciso ordine cronologico. Stampati nella mente, li rivede come fossero dipinti, in quadretti senza tempo”.

Rita Sanna  è nata in Sardegna dove ha insegnato per molti anni.

Attualmente vive a Roma  dove ha continuato la professione di docente.

Ha esordito come scrittrice col memoriale “Il vento della vita” edito da Sovera nel 2008.  Con il  romanzo ”Il silenzio di Michelina (Sovera Editore) ha ricevuto il titolo di socio onorario dall’Accademia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti “Terre del Vesuvio” per la partecipazione al premio internazionale.

Nel 2009 ha pubblicato il romanzo”Lettere semiserie”.

La sua recente  opera e’ una raccolta di racconti dal titolo

“Quadretti di un tempo”edita da Albatros-Il filo.

 

La recensione di Armando Sanior Tatta   a QUADRETTI DI UN TEMPO” DI RITA SANNA

Dopo un primo approccio con l’autobiografia di Rita Sanna, “Quadretto di un tempo”, paragonai idealmente la creatività della scrittrice a quella di un artista del pennello che proietta sulla tela i suoi flash retrospettivi usando colori tenui ed accattivanti per incuriosire gli sguardi dei critici e catturarne l’attenzione…”. Parto da questa premessa per tentare una più approfondita e circostanziara disanima dell’opera (N.B.: non è una recensione critica, ma soltanto personali impressioni). Il libro rapisce l’interesse del lettore già dalla pagina d’esordio, allorchè ci si imbatte in un vispo e simpatico visetto di bambina, Lisetta, che sembra voler invitarci ad entrare nel segreto del suo schiudersi cognitivo alle prime avvisaglie esperienziali della vita di relazione che la circonda. La sue fresca ed incontaminata spontaneità introduce già ad una universalizzazione del tema o dei temi contenuti nell’opera, che si struttura in episodi e personaggi correlati al ricordo affettivo-emozionale della narratrice, che sa raccontarli con animo sereno e distaccato, come proiezioni oggettive del sè interiore, come sintesi di significativi squarci mnemonici; autentici quadretti di vita. Ogi quadretto è la narrazione di un “pezzo” di vita vissuta, intellettualmente elaborato e trasfigurato in immagini lessicali spazio-temporali (“una colorata e tiepida mattina di primavera” pag.12), con l’aggiunta di ataviche costumanze (il nonno che intinge le favette ne sale) e la scoperta, da parte di Lisetta, delle prime problematiche quotidiane (la solitudine di Antonio-Polifemo), E’ un intimo diario il cui racconto si fa via via pregnante di episodi e personaggi reali, a volte lieti a volte crudemente tristi (la morte del nonno), narrati con arte linguistica, con chiarezza di stile, proprietà terminologica e costante intellegibilità. La trama dei ricordi è un ordito in sequenza, assecondato dalla plasticità dei costrutti sintattici, che si armonizzano in uno spartito lessical-musicale, spesso con il susseguirsi cadenzato di espressive aggettivazioni (pavimento di marmo grigio scuro tirato a cera). Le pagine scorrono impalpabilmente durante la lettura, e vorresti che non finissero mai perchè non devi impegnare la tua “volontà di leggere”, ma sono esse, con la loro scorrevolezza, che ti rapiscono il tempo e il diletto. La scrittrice non si limita a ricordare per narrare, ma si sofferma puntualmente a descrivere persone ed ambienti con dovizia di particolari, a volte immaginifici come “la zia Vera dal viso lungo acqua e sapone, i capelli grigi e farinosi” (pag.36); o la cucina “stretta e lunga”, o la camera daletto (Richiama alquanto l’intimismo decadentistico tardo-gozzaniano, del resto siamo in ambito letterario). Il lettore si ritrova, a volte inavvertitamente, immerso nella rievocazione e si sente parte attiva. La ricostruzione descrittiva è una virtù per chi conserva una buona memoria retrospettiva; ma porgere il tutto rispondente alla dimensione psico-esistenziale dei personaggi è questione di talento letterario. Rita Sanna ha dato significato anche alle piccole cose quotidiane apparentemente insignificanti, ma che hanno valenza reale nel bilancio esperienziale del’individuo. Qua e là si colgono concettualizzazioni di ordine morale e sociale, efficaci a connotare pensieri e modi di vita propri di una sicietà che l’autrice conosce bene. Benchè “drolla”, come la definisce amorevolmente la mamma, il suo acume contemplativo e critico è sempre sveglio. Soprattutto ho notato spiccata sensibilità nel cogliere i segreti interiori delle persone e rispettarne le identità personali, consapevole che ogni individuo esprime un mondo suo proprio non valicabile. Il contenuto del libro si fa patrimonio comune perchè, pur in veste letteraria, interpreta “modus vivendi” in cui senti di identificarti, in quanto richiami e situazioni sono realtà naturali che solo uno spirito attento riesce concettualmente a fissare come tanti fotogrammi in logica sequenza. Il divenire di Lisa appassiona per la sua pudica discrezionalità, per la sua consapevolezza degli orizzonti che le si schiudono, per la sua disincantata e,quasi, scontata presa d’atto delle novità che scopre e che la fanno crescere. Tutto entra nel suo “crescere” come approccio naturale, senza scossoni interiori, senza traumi psicologici, perchè, come dice la scrittrice, Lisa si dimostra sempre intellettivamente matura e padrona delle proprie emozioni; sempre all’altezza in ogni sua fase evolutiva. C’è un rimpianto palese: la freddezza affettiva della famiglia, il suo ambiente conformistico, che la induce a privilegiare, in forma compensativa, il suo rapporto con la zia Vera e a vivere, con pienezza d’amore, il calore umano che promana la casa di “mamma Barbara”. A volte la Sanna usa l’ironia bonaria e sembra sorridere divertita quando accenna al continuo russare delle zie Mena e Nide, ai pesanti passi della zia Santina con i suoi occhiali spessi come “vetro di bottiglia”; o quando lancia ai maiali i teneri piselli sbucciati o quando succhia l’uovo ancora caldo o quando descrive la contraddittorietà umorale dello zio Pasquale (pare di vederlo mentre prega prima del pranzo e poi imprecare se il cibo non è di suo gradimento); o allorchè ci descrive Tina, la donna di fiducia della zia Pina, che sfreccia sul 1100 con la gonna incastrata nella portiera che fa la barba alla strada polverosa; o l’episodio della mutanda di seta della zia(pag.75). Si percepisce una divertita creatività nel rendere tutto proiettabile nel reale, nella normalità. Lisa non si deprime di fronte alle cose impossibili; così la sorprendiamo, autoironica, che sogna di esibirsi al pianoforte che non possiede, senza invidiare l’amica Augusta che, invece, lo ha nella sua lussuosa dimora. Immagina di realizzare, sempre in sogno, qualche aspirazione non condivisa in famiglia: così si vede girare per le corsie ospedaliere in veste di dottoressa. Ogni racconto o quadretto ha un suo fascino, una sua originalità, una sua peculiarità. Nessuno evento è sottovalutato; ognuno offre spunti di riflessioni, di cultura, anche antropologica; di usi e costumi regionali (“la pariglia”); di profonda liricità e nostalgia (l’incontro con Luca adulto pag.65). A volte l’autrice dimostra intellettuale scaltrezza quando ricorre a frasi o detti in vernacolo sardo, evidenziando il suo spirito d’appartenenza. L’opera, così, si arricchisce di maggior pregio storico-culturale. Lo stile espositivo passa disinvoltamente da un lessico ricercato, attento alle sfumature formali, a un altro più rilassato e disinibito, come nel quadretto della Pepa, davvero originale e fuori dagli schemi ipocritamente perbenistici CONCLUSIONE Il libro piace, come più volte ribadito. Il contenuto non è mai ideologicamente statico, nè ispirato a pura nostalgia “museale”. C’è una dinamicità concettuale supportata da specifiche peculiarità, che caratterizzano ciascun racconto e fanno sì che il seguente sia più appetibile del precedente. Nasce nel lettore un desiderio forte ed urgente di andare dsempre avanti, come quando si è in ansiosa attesa di liete novità. Quali sono i motivi ispiratori dell0opera? E’ la domanda che si pone chi legge. La risposta ce la offre la stessa Rita Sanna: “Perchè la memoria del passato non vada mai persa”; ed è anche il messaggio che l’autrice vuole lasciare ai suoi diletti nipotini: Nicolò, Luca. Ingeborg e Viola.

 

Annunci