Sono lieta di ospitare Giuseppe Bonaccorso nel blog di Espressione Libri

Parlaci di te, chi è Giuseppe Bonaccorso nella quotidianità?
Il mio lavoro quotidiano, il lavoro che mi permette di vivere, non è la scrittura. Questa domanda, generalmente presente in tutte le interviste analoghe, non può che mettere in evidenza di come sia difficile oggi (e forse anche nel passato) guadagnare a sufficienza attraverso  l’attività letteraria. Per questo motivo, seppur la maggior parte dei miei sforzi sono sempre diretti ad una continua attività creativa, il mio lavoro è legato al corso di studi che ho scelto qualche anno fa: ingegneria. Attualmente sono un manager presso una multinazionale farmaceutica e cerco di dare del mio meglio in un’attività creativa di tipo gestionale.
Riusciresti a descriverti utilizzando soltanto tre aggettivi?
Eclettico, disordinato, inutilmente proteso verso un infinito ancora da completare (questo è più di un aggettivo ma esprime un concetto che la lingua italiana non ha ancora sintetizzato in una sola parola).
Ho letto che hai pubblicato alcuni saggi e libri di narrativa. Gocce di mercurio è la tua prima silloge poetica?
No, la mia prima raccolta è intitolata “Frammenti dal profondo” e raccoglie poesie brevi scritte circa un anno prima di quelle contenute in “Gocce di mercurio”. In realtà, la coesione strutturale è molto maggiore in “Gocce di mercurio” che di fatto ha un titolo che sintetizza i diversi concetti che verranno trattati nelle diverse poesie. Al contrario, “Frammenti dal profondo” è l’esternazione di una serie di elementi (frammenti) che scaturiscono da riflessioni fulminee, estemporanee, priva talvolta perfino di un legame con il tessuto di pensieri dal quale tale immagini vengono generate. Si tratta certamente di un approccio diverso alla poesia, che in “Gocce di mercurio” è stato del tutto superato e che nella mia ultima opera (ancora in lavorazione) è stato messo nuovamente in discussione.

In quale tipo scrittura ti senti più te stesso?
Credo che poesia e prosa debbano andare di pari passo; in questo momento sto trovando nella poesia il mezzo più adeguato per esprimere le idee che si moltiplicano in me in questo periodo ma, nello stesso tempo, alcuni concetti che sto sviluppando esigeranno una descrizione più prosaica e non escludo che tra non molto inizi a scrivere un altro romanzo. Pur tuttavia, la forma e certe caratteristiche stilistiche non differiranno molto dalla poesia, così come nei miei versi esistono elementi tipici della prosa; in altre parole, non voglio enfatizzare le differenze tra le diverse forme letterarie ma, al contrario, è mio costante desiderio cercare di unificare i diversi sforzi espressivi all’interno di un’unica matrice artistica finalizzata al raggiungimento di un unico risultato finale: la realizzazione dell’essere attraverso il potere creativo della parola.

Mi spieghi come nasce il titolo Gocce di mercurio?
Il mercurio è l’unico metallo liquido a temperatura ambiente, è inafferrabile e le sue gocce sembrano incarnare il principio alchemico teorizzato dagli antichi. Le idee, i concetti, le immagini, i suoni e qualsiasi elemento presente nella raccolta è di fatto un tentativo di catturare un’essenza effimera che i sensi percepiscono (e addirittura denotano come apparentemente solida come l’acciaio) ma che beffardamente scivola tra le dita di chi tenta di afferrarla. E’ questo probabilmente uno dei “drammi” maggiori che affliggono l’esistenza umana: la capacità di vedere oltre i propri limiti, il potere di sapere che non esiste alcun orizzonte ma l’altrettanto pregnante consapevolezza di non essere in grado di passare dalla potenza alla realtà. Il rimpianto, a questo punto, non è più qualcosa di legato ad una possibilità infranta dalla scelta, ma piuttosto la naturale reazione al continuo mancato raggiungimento di quell’acme che trasforebbe l’uomo nella sua stessa ispirazione ultima.

Dopo aver letto il titolo della tua raccolta e le poesie contenute in essa mi aspettavo di leggere qualcosa di ermetico, di veloce. In effetti, qualcosa l’ho trovata, mi riferisco a Piango nel mare, Noia e Adolescenza. Tre su sedici, mi è sembrato poco.
Credo fermamente che la mia poesia sia ermetica, ma non nel senso comune di limitare il più possibile i mezzi espressivi per concetrare tutto il “potere” evocativo in poche parole opportunamente scelte. Questa è certamente un risultato che spero sia stato raggiunto nelle tre liriche citate, ma anche negli altri componimenti e, paradossalmente in quelli più lunghi, sono convinto che diversi concetti siano nascosti, velati, resi poco intelligibili, esoterici, seppur i versi non siano limitati o particolarmente complessi. Talvolta proprio nell’estrema semplicità di alcune frasi si cela una potenzialità di espressione che solo il potere evocativo della parola è in grado di risvegliare nel lettore ed è proprio quello che è mi capitato di provare rileggendo a distanza di tempo alcuni versi. E’ come se il distacco fosse stato in grado di attivare quel gradiente necessario affinchè i concetti più nascosti possono essere trasferiti agli strati più profondi della coscienza. E’ questo il senso di ermetismo all’interno del quale inquadro la mia poetica, sia nelle espressioni più fulminee, che in quelle di un centinaio di versi.

Leggendoti la prima sensazione che ho avuto è stata quella di sentirmi in standby. I giorni si fermano, i tramonti si intrappolano, i vuoti non si riempiono. Qual è il messaggio che si cela dietro i fermo immagine?
Seppur la realtà è dinamica, le percezioni, a mio avviso, sono intrinsecamente statiche. La poesia, la pittura o la musica riescono perfettamente a rendere questo concetto proprio in virtù del potere di attivare emozioni che emergono dal tessuto percettivo come onde in un mare calmo. Nulla si ferma poichè nulla può avere il potere di essere prima del tempo: i giorni, i tramonti o i vuoti evolveranno, cambieranno d’aspetto, tramuteranno la loro forma in espressioni diverse, ma ciò può avvenire solo attraverso l’essenza statica degli elementi stessi, poichè è come se la nella stasi la realtà intrinseca possa attestare la sua esistenza per poi, nella dinamicità, lasciarsi apprezzare come variazione percettiva. In tal senso i fermo immagine non “catturano” alcunchè ma cercano soltanto di mostrare l’unicità del momento per poi reimmetterlo (condizione ineludibile) nel flusso ininterrotto di immagini che costituisce il nostro tessuto percettivo.
L’attesa in sé, presente nella maggior parte delle tue poesie, lascia comunque una porta aperta. “Mi darai tu la mano/ per salire questi pochi scalini consumati?” Si tratta di una richiesta d’aiuto,speranza , oppure?
Sinceramente credo che non si tratti affatto di una richiesta ma di una domanda retorica la cui risposta è implicita nella presa di coscienza della domanda stessa. Il “tu” di questa poesia non esiste, credo che di fatto non possa esistere. Porsi questa domanda è come scoprire d’incanto che non ha alcun senso cercare chi possa dare la propria mano per non cadere nella discesa degli scalini di fronte a sè, poichè il compito di ognuno non è quello di restare in piedi ma di scendere verso la direzione che la vita ci ha posto innanzi. Alla domanda “Mi darai tu la mano ?”, l’unica possibile risposta coerente è un lunghissimo, ininterrotto silenzio.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Come già anticipato in altre risposte, attualmente sto terminando la mia ultima raccolta poetica che avrà una struttura abbastanza diversa da “Gocce di mercurio”. Nel frattempo, alcune esperienze da me fatte negli ultimi mesi mi hanno spinto a pensare ad un romanzo che, analogamente a “Il doppio cosciente”, avrà forti connotati psicologici. Tuttavia non ho ancora deciso in modo definitivo e quindi lascio aperte tutte le altre possibili alternative letterarie (compresa la poesia lunga o il poema).

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